lunedì 12 marzo 2012

VNC: Silent Hill - Tra pianoforti e gatti fantasma


Se dovessi puntare il dito verso un gioco, un gioco solo, che mi ha davvero spaventato così tanto da costringermi a guardarlo giocare, perché pigliare il pad in mano e serpeggiare tra i mostri era fuori discussione, lo farei, fortissimamente, su Silent Hill. Il primo, primissimo, quello nel quale il papà doveva salvare quella ciospa di figliola coi capelli a caschetto e lo sguardo inquietante. Quello con l'incidente, all'inizio, che: "oh, andiamo in vacanza qua, che è una figata", e poi arrivi e scopri che su internet t'hanno inculato con le foto photoshoppate. Quel Silent Hill là, con quel carciofo di personaggio impedito che non sapeva tenere in mano manco un bastone, e quella radio gracchiante che rimane uno degli effetti sonori più disturbanti di tutta la mia vita da videogiocatore. [...]


Millenovecentonovantanove, ho dodici anni e c'è una cosa che proprio non dovrei fare ma che faccio giornalmente: giocare Silent Hill. Non dovrei, perché è un po' come quei film zozzi che hanno il bollino rosso e ogni tanto passano in TV, dove si vede mezza zinna e in teoria dovrei scandalizzarmi. Come se di lì a quattro anni non avessimo avuto internet, e lì altro che bollini rossi. Comunque, torniamo a Silent Hill. Dico non dovrei, perché mi terrorizza. Mi terrorizza davvero, non come Resident Evil, che mi mette quel peperoncino al culo, schiccherandomi l'orecchio con ferocia per tenere sempre viva l'ansia del gioco, no. Mi terrorizza più come quella sensazione strana che ti piglia quando la notte te ne stai a letto, girato verso la parete, e senti indistintamente che c'è qualcuno, dietro di te, che ti sta fissando la nuca. Quella sensazione che ti paralizza, col cuore in gola. Ecco, quella. E mi fa un effetto tale che, dopo il primo corridoio pieno di ruggine, sangue, sedie a rotelle mezze scassate e barelle d'ospedale insanguinate, subito dopo l'uomo scarnificato e crocifisso sulla rete metallica, quando i demoni t'attaccano e ti mazzuolano di botte, ho preso la decisione che a giocare sarà mio papà. Io guarderò, da lontano. Con aria distaccata.


Che insomma, la poliziotta, Cybil, la incontra lui. Si busca la radio, la pistola e quella torcetta da sfigatello. È tutto contento, papà, perché con la pistola, dice, gli fa vedere lui a quei cazzi di mostri. Ci mette dieci minuti per capire come fare a sparare, ce ne mette meno di uno per capire che non è una grande idea. Accende la radio, giusto in tempo per beccarsi uno stridio micidiale che ci colpisce dalle casse del televisore come unghie passate sulla lavagna.
Mi allontano, giusto per rendere meno traumatico quello che sta per succedere: uno pterodattilo entra dalla finestra e comincia a gracchiare tentando di mangiucchiarsi il protagonista. Mio padre spara, ma è un po' come quella scena in Fantozzi in cui tutti sparano nel cielo a caso e nessuno becca niente. Alla fine decide di uscire dalla porta del locale, lasciando quel coso al suo destino. Io lo guardo con tanto d'occhi. Là fuori non si vede niente, c'è solo la nebbia, rumori in lontananza e un casino infernale vomitato fuori dalla radio che porta nel taschino.


Ci prendiamo gusto a girare per la città. La prima mezz'ora intendo, dopo di che, spaesati e spaventati, corriamo all'impazzata, cercando di imbroccare la via giusta mentre un trenino di mostri senza testa ci inseguono che nemmeno fossimo a Buona Domenica.
Me la sto facendo sotto, senza tanti sofismi. Lui è più calmo, corre, spara, manca il bersaglio e ricomincia a correre. Finalmente l'illuminazione: per botta di culo riusciamo a proseguire. Fino ad arrivare alla scuola.
La scuola, che già di per sé nel mio status di bambino dodicenne è l'incubo peggiore che possa immaginare, si rivela uno dei posti più traumatizzanti di sempre. Quando entriamo una specie di nano con le mani uncinate cerca di farci la pelle. Ci rincorre, lamentandosi con una vocetta stridula, e protendendo le braccia verso il povero Harry. Io urlo, come una donnicciuola. Urlo di sparargli a quel piccolo figlio di puttana. Mio padre manco ci fa caso, e spara, spara a quel figlio di puttana, senza beccarlo manco una volta. Harry (e tutti noi) entra nel panico, fa movimenti strani, punta la pistola ovunque, tranne che addosso a quel coso. Scappiamo, in un bagno, cercando di riprendere fiato. Manco a dirlo, perché non appena chiusa la porta sentiamo qualcuno piangere, un bambino, sembra. Sono in quel momento d'indecisione che ti piglia quando non sai se tapparti gli occhi o le orecchie, ché tutt'eddue non ce la fai con le tue manine di bambino. Papà invece sembra divertito, avanza nel bagnetto, cercando l'origine del pianto disperato. Ogni porta che apre è un colpo al cuore, e poi dietro non c'è mai niente. Mai: significa che in quel bagno non c'è nessuno che piange. Nessuno che sia visibile almeno. Quel singhiozzio mi perseguiterà per il resto del... di tutto.


Qualche tempo dopo vivo il momento più terrorizzante della mia vita di giocatore. Papà entra in questo spogliatoio dove qualcosa batte, forsennatamente, contro l'interno di un armadietto. Io glielo dico: guarda papà, lascia perdere, che cazzo, non ci sarà niente di buono la dietro. Lui niente, che ci deve per forza andare a ficcare il naso. Mi sento piccolo piccolo sulla sedia, mentre Harry si avvicina all'armadietto che batte e batte e batte. Una scena così l'avevamo già vista. C'era un gatto, nell'armadietto, ma quello era prima che il mondo cambiasse diventando l'incubo nel quale stiamo avanzando da qualche ora. Quando apre l'armadietto dentro non c'è nulla. Solo sangue. Tiro un sospiro di sollievo, mi rilasso un attimo. Papà fa due passi verso il corridoio e un cadavere casca sfondando l'anta di uno degli armadietti.
I miei hanno dovuto insistere per ore per farmi scendere dal lampadario.


E poi, ecco, ci si è bloccati sul pianoforte e l'enigma del corvo. Completamente bloccati. E non avevamo internet, e trovare la soluzione stava solo a noi, o a qualche rivista particolarmente magnanima che avrebbe dovuto sciogliere i nostri dubbi e permetterci di continuare. Non ne uscirono. C'è da dire che, nonostante la delusione, ne avevo avuto abbastanza. A mio padre dispiacque un po' di più, perché ripensando al cadavere che sfondava l'anta dell'armadietto e alla mia reazione, ogni tanto, sghignazzava ancora.
Non ricordo come riuscimmo a superare quell'enigma. Probabilmente con l'antica tecnica del "membro di segugio". Arrivammo fino al finale, il più trucido di tutti, ovviamente. Quello da peracottari, con Harry morto all'interno dell'abitacolo e la testa spiattellata contro il clacson. Decidemmo insieme che sarebbe stato meglio se quel pianoforte non l'avessimo mai superato.

9 commenti:

  1. ahahah stessa medesima esperienza, stessa età, solo che a guidarmi su per la collina silente c'era mia sorella..

    bei tempi, cazzo.

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  2. Io invece rimasi molto, ma molto più turbato dal secondo capitolo della saga... a tutt'oggi credo ancora che Silent Hill 2 sia il survival horror per eccellenza oltre che il capitolo migliore della saga.

    P.S.
    James ci mangia in testa a Harry!

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    1. In generale il due è piaciuto più pure a me. Tanto che nel post avevo scritto sempre James al posto di Harry, poi ho corretto mestamente. Però ero già grandicello, e lo giocavo da me.

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  3. Sicuramente più introspettivo, il perfetto more of the same che chiunque voleva. Già, il secondo capitolo (anche per musiche) è assolutamente il migliore della serie.

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  4. giocato solo un pezzetto, non ricordo memmeno a casa di chi

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  5. Il survival horror della vita, assolutamente, finito in tutte le salse. Ho ancora chiara in mente la strizza durante l'esplorazione di quei maledettissimi gabinetti, bastava quella per ridurre a zero la voglia di rigiocarlo.

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  6. Migliore saga horror di sempre, unico nel suo genere, neanche il miglior Resident Evil riesce a eguagliarlo, ma quest'ultimo Downpour..aaaah non dico nient'altro!

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  7. "Prima vola il ghiotto Pellicano
    Bramoso del traguardo
    Bianche ali spiegate.
    Poi venne una Colomba,
    volando dopo il Pellicano,
    Sempre più in là.
    Una Cornacchia
    volò più in alto della
    Colomba solo per vanità.
    Un Airone andò
    in un posto pacifico vi-
    cino ad un uccello.
    In fine giunge il Corvo,
    posandosi alla svelta per
    sbadigliare e dormire.
    Chi mostrerà la via,
    Chi sarà la chiave,
    Che porterà al
    traguardo argenteo."

    Penso che sull'enigma del pianoforte sia rimasto bloccato il mondo intero.
    Questa cazzo di poesia che doveva rivelare quali tasti pigiare era contorta come poche cose; io me l'ero segnata, avevo disegnato la tastiera e passavo le ore di scuola a cercare di risolvere l'indovinello coinvolgendo alcuni miei compagni di classe.
    Nulla.
    L'unico a conoscere la soluzione, a mio parere, era lo sviluppatore del gioco.
    Poi l'illuminazione di un mio amico che aveva trovato la soluzione su un giornale. Lode!
    Anche rileggendola adesso non saprei assolutamente cosa fare. :D
    Comunque gran bel gioco, ricordo che non riuscivo a giocarci di sera perchè mi inquietava troppo.
    Mi piacerebbe rigiocarlo ora però! :D

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  8. Non l'ho giocato, ma la questione dell'indovinello la ricordo benissimo perchè alcuni miei amici (come tutto il mondo credo) erano bloccati su quel punto X°°D
    Nonostante il mio odio per le soluzioni online, a volte sono contento ci siano °-°

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