sabato 1 giugno 2013

La Macchia Umana - Philip Roth


Rieccomi! Scusate l'assenza prolungata ma come ogni giugno è periodo di esami. E di freddo, e di pioggia. Di buono c'è che ho ripreso un po' i ritmi, ho finito il mio nuovo romanzo (che è in fase di beta-lettura, ma presto ne sentirete parlare proprio qui) e ho ripreso a giocare (ho comprato e finito Lollipop Chainsaw e vorrei scriverne presto). Dispiace arrivare un po' in ritardo con il libro di cui mi piacerebbe parlare oggi (sono già a metà di quello dopo, che tra l'altro mi aveva consigliato un amicone del blog: Il tempo è un bastardo), ma la verità è che gestire Movie shelter mi toglie un sacco di tempo (come al solito vi segnalo la recensione de La Grande Bellezza). Ma ora bando alle bande, direi di parlare del nostro amico Philip Roth. [...]



La Macchia Umana, nonostante la scritta che campeggia in copertina ("Il miglior romanzo di Philip Roth") non è il miglior romanzo di Philip Roth. Almeno non per me. Tre anni prima, nel 1997, Roth aveva scritto Pastorale Americana con cui aveva vinto il premio Pulitzer e che, se vi ricordate, mi piacque così tanto da correre a scriverne in modo entusiasta qua su Panino.
Ora, La Macchia Umana ha, in realtà, molto in comune con Pastorale Americana: racconta la grande storia di un personaggio visto attraverso gli occhi di Zuckerman (in Pastorale era lo Svedese, qui è il professor Coleman), è una storia su come sia veramente impossibile comprendere fino in fondo le persone, ti piglia per mano raccontandoti i segreti inconfessabili di tutti i personaggi coinvolti. Ha un titolo che ha la forza esplosiva che aveva anche l'altro romanzo, probabilmente il titolo più adatto che si potesse trovare (è una capacità che invidio, questa dei titoli) e il più evocativo di un certo tipo di sensazione una volta terminata la lettura. Ne condivide perfino la stessa struttura ostica con dialoghi, flussi di coscienza e narrazione mescolati, mai scissi, punti di vista che passano dall'uno all'altro, ellissi temporali quasi inesistenti. Insomma, non è una lettura facile, ma come quasi tutte le cose difficili porta a grandi soddisfazioni.

La storia è quella di Coleman Silk, prima preside poi professore all'Athena college. Coleman è un uomo che nasconde un segreto da anni, un segreto che non ha mai confessato a nessuno né ai suoi figli, né alla sua compagna. Questo segreto è qualcosa con cui dovrà fare i conti dopo aver pronunciato un infelice nomignolo nel corso di una sua lezione universitaria, una parolina che, per colpa di un gioco di parole, viene fraintesa e gli costa un richiamo per accusa di razzismo. Da quel momento Coleman sembra combattere con una serie di demoni interiori che lo portano prima, indignato, a dimettersi dall'insegnamento e poi a inseguire una vendetta personale contro il corpo docente del college. La sua vita viene sconvolta, sua moglie muore e lui dà la colpa al clima di tensione creatosi dopo lo scandalo di cui è protagonista. Qualche mese dopo Coleman inizia una relazione con Faunia, una donna con meno della metà dei suoi anni, ed è ancora vittima del disprezzo, del pregiudizio e dell'astio di tutta la comunità, sentimenti che arriveranno alle estreme conseguenze.
Come in Pastorale Americana, dove sotto i riflettori c'era il ben pensare tutto americano (ma anche universale) che dal buono possa nascere solo il buono, ne La Macchia Umana Roth cerca di presentare tutte le idiosincrasie di una società ipocrita. Non è un caso se il libro si apre con lo scandalo di Clinton, sul momento in cui "il pene del presidente degli Stati Uniti penetrò nelle case di tutti gli americani". E la storia di Coleman -lungi da essere simile quella del presidente rubizzo- è in realtà funestata dagli stessi spettri, dalla stessa macchia che significa essere umani, vivi, fallaci.
La Macchia Umana è un grande romanzo, ovviamente raccontato con il solito stile e la solita proprietà di scrittura fuori da ogni concezione di Philip Roth. E' ostico, forse meno scorrevole di Pastorale Americana, ma alla fine vi lascia con la stessa sensazione di aver letto qualcosa di importante. Qualcosa che rimane. Sì, come una macchia.

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