lunedì 23 settembre 2013

Un antidoto contro la solitudine; Di carne e di nulla - David Foster Wallace


Qualche giorno fa ricorreva l'infame anniversario della morte di David Foster Wallace. Minimum fax e Einaudi, golose verso l'autore di culto e abbastanza scaltre da non perdere l'occasione di commemorare (leggi: spremere il tubetto Foster Wallace), hanno approfittato per pubblicare due libri: Un antidoto contro la solitudine (minimum fax), ossia una raccolta di interviste, e Di carne e di nulla (Einaudi), ossia il rimasuglio di un tubetto che non è più lecito spremere. Il qui presente, che è abbastanza un fan sfegatato di Wallace, tanto da aver letto più o meno tutto quello che è stato pubblicato in Italia, è stato ovviamente preso all'amo dai saggi pescatori delle due case editrici. Ho comprato e letto i libri, quanto segue è quello che penso. [...]


Un antidoto contro la solitudine

Partiamo dal più riuscito dei due. Da un po' di tempo ho questo vizio di fare un'orecchietta sulla pagina dove trovo scritto qualcosa che mi piace, qualcosa di significativo, qualcosa che vorrei aver scritto o detto io: Un antidoto contro la solitudine conta qualche decina di pieghe, di cui una doppia (pagina fronte e pagina retro), il che lo rende perlomeno curioso da guardare di lato per l'effetto che fa una volta chiuso.
Il libro contiene una ventina di trascrizioni di interviste fatte allo scrittore durante diversi periodi della sua vita: la pubblicazione de La ragazza dai capelli strani, di Infinite Jest, di Brevi interviste con uomini schifosi o Considera l'aragosta.
Wallace ne esce fuori come una persona fin troppo sincera (più di una volta racconta della sua primissima intervista durante la quale il giornalista l'ha ripreso per un eccesso di sincerità) e genuinamente simile a tutti i personaggi che poi avrebbero abitato la sua prosa. Una persona sola, sofferente, però capace di battute e scambi d'opinione arguti e interessanti, sempre disponibile e disposto a spiegare per filo e per segno particolari della (sua) scrittura che considerava viscerali, istintivi. Le interviste (che in un caso è portata avanti come in Brevi interviste con uomini schifosi: domanda omessa e risposta dell'intervistato) sono estremamente interessanti e ripercorrono in maniera efficace la carriera di Wallace. C'è da dire che il tutto è ridondante se avete già letto la bellissima biografia uscita qualche mese fa (Ogni storia d'amore è una storia di fantasmi), l'unico vantaggio è sentirle raccontare da Wallace in persona.
Interessanti invece gli scambi di battute che lo vedono rispondere a proposito degli autori che l'hanno influenzato di più o che trova sopravvalutati (le frecciatine a Easton Ellis sono crudelissime). Sul finale c'è un pezzo di David Lipsky (che ha scritto Come diventare se stessi, un libro su una sua intervista a Wallace, tra l'altro molto bello) che, come una mattonata sullo stomaco, descrive gli ultimi mesi della vita dello scrittore, i rapporti con i genitori, con la moglie e gli amici storici. Ed è, effettivamente, molto deprimente.
Un antidoto contro la solitudine, lontano da essere una lettura fondamentale (ma ormai che c'è più di fondamentale sul fenomeno Wallace?), è comunque un buon libro, interessante ma unicamente rivolto a chi conosce già David Foster Wallace abbastanza bene da essersi lasciato già affascinare dall'uomo prima ancora che dall'autore.

Di Carne e di nulla

Quando dicevo che non c'è più niente di fondamentale sul fenomeno Wallace non intendevo comunque giustificare esperimenti come Di Carne e di nulla che, a parte qualche decina di pagine, è davvero il fondo del barile.
Ho un'opinione abbastanza severa sullo sfruttamento dell'immagine di uno scrittore di culto (tipo che per me Il Re pallido, chiaramente un lavoro non finito, tormentato, maledetto, andava lasciato in pace ma posso ancora accettarlo) e questo libretto scavalca del tutto la mia considerazione, poi si volta e le fa il dito medio.
Di Carne e (soprattutto) di nulla è una raccolta di (?) pezzi scritti da Wallace. Al netto di qualche eccezione (il meraviglioso Di nuovo fuoco e fiamme [che conta qualcosa come quattro pagine e tre orecchiette!], il saggio su Terminator 2 e l'intervista con Van Sant nel finale) siamo di fronte allo sfruttamento ultimo del nome wallaciano. Perlopiù il libro è formato da pezzi estrapolati da riviste, introduzioni di antologie saggistiche e giornali specializzati. Significa diverse recensioni di romanzi tirate fuori dal contesto da cui sono tratte (cioè dalla rivista specializzata in quel tipo di articolo) e tra l'altro decontestualizzate temporalmente. E una buona parte del libro è questo: recensioni su biografie, romanzi, e un'introduzione che fa riferimento esatto ai racconti contenuti in un'antologia che, ovviamente, non è inclusa nel libro e che quindi perde totalmente di significato. Peggio ancora: c'è un articolo comparso sull'Oxford University press, Nozioni su ventiquattro parole, in cui Wallace studia ventiquattro parole della lingua inglese e il loro utilizzo. Il che è chiaramente rivolto a un pubblico accademico. Il tutto è scritto con la solita penna baciata dalla grazia ma il problema non è la forma o lo stile.
Va un pochino meglio la parte delle interviste (tre), che comunque non reggono il passo di quelle di Un antidoto contro la solitudine.
Di carne e di nulla è davvero aver raggiunto il fondo del barile e aver cominciato a scavare. È un modo estremamente infiocchettato di buttarlo in quel posto al lettore appassionato, al fan, al lettore in generale. E, peggio di tutto, è mancare di rispetto alla memoria di uno scrittore che ha segnato una generazione.
Il prossimo libro sarà una raccolta dei post it lasciati per casa da Wallace?

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