venerdì 29 agosto 2014

Fargo, la serie - Il post Breaking Bad tra il fascino del male e il riscatto del mediocre


Ciao ghiaccioli all'anice,
Nella televisione post Breaking Bad è difficile imporsi. Produrre una serie televisiva thriller, inevitabilmente, ti pone di fronte a questo colosso calvo e malaticcio. Specie se poi le atmosfere e le tematiche che desideri affrontare sono quelle del noir. Ancora di più se vuoi raccontare una storia sulla fascinazione per il male e sulla rivalsa dell'uomo mediocre. Il professore di chimica che scopre di avere il tumore, questo personaggio che pian piano si lascia divorare dal male -dall'entità piuttosto che dalla malattia- è ormai diventato oggetto di culto, tanto da porsi come pietra di paragone per chiunque voglia battere la strada del thriller seriale.
A seguire queste orme, silenzioso come un fiocco di neve che cade sulla coltre bianca che ricopre Bemidji, c'è Fargo, miniserie prodotta dai fratelli Coen.


Fargo, il film, è la storia di questa cittadina semi-sepolta-dalla-neve che, con l'arrivo di due psicopatici prezzolati, riscopre il suo volto peggiore: quello malvagio, avido a scapito dei concittadini, perfino dei propri famigliari. Di un male tanto grande che viene contrastato soltanto da una luce: la purezza e la determinazione di chi non accetta scorciatoie e prosegue nel suo lavoro tanto da arrivare alla risoluzione del caso. Una donna, una poliziotta, talmente accorta da capire che il male finisce per fagocitarsi da sé.
Fargo, la serie, presenta una quantità di (per niente) curiose affinità con il film, come probabilmente era intenzione di Noah Hawley, ideatore di questa prima stagione di successo. Ci sono perfino dei collegamenti diretti con la pellicola dei Coen, ma il tutto è talmente bene incastrato che allo spettatore distratto (o a quello che *tepossino* non ha visto il film) non disturba affatto.
La parata di personaggi sembra una raccolta degli archetipi dei film dei Coen: prima di tutto c'è Bemidji, torbido paesino fondato sulla menzogna che ingloba i segreti inconfessabili di una comunità di mediocri. Molly, poliziotta protagonista, vittima dell'insoddisfazione dovuta alla discriminazione sessuale di un lavoro prettamente maschile (dove, tra l'altro, gli uomini sono degli incapaci, su cui svetta proprio il Saul Goodman di Breaking Bad) e che ricorda la McDormand del film. Lorne Malvo, terribile e invincibile killer psicopatico, cacciatore di taglie, macchina da guerra come incarnazione della morte in una versione più lucida del folle Bardem di Non è un paese per vecchi. C'è anche un personaggio che ricorda l'idiota per eccellenza nella filmografia dei Coen, quel Brad Pitt pazzo per il fitness che ti faceva sbellicare in Burn After Reading.
E poi Lester, protagonista omicida e machiavellico della serie. Un perdente che, almeno inizialmente rappresenta il punto di contatto empatico tra la serie e il pubblico. Un uomo ordinario, mediocre, a cui succede qualcosa che lo sconvolge profondamente e risveglia la sua anima oscura, che lascia sbocciare il suo fiore del male. Come Walter White: per lui il cancro è solo un'occasione per svegliare l'oscurità che ha dentro. Walter è cattivo, probabilmente lo era anche prima del cancro, frustrato da una vita da perdente, senza la forza di reagire alle ingiustizie del destino.
Quando Lester\Walter scopre di avere la forza di far del male agli altri senza dover pagare nessun prezzo (se non quello -irrisorio- della morale) allora diventa spietato. Diventa un mostro, e la cosa gli piace.


Fargo è un gioiellino, una storia sulla contaminazione del male che acchiappa i personaggi come un virus. Sfruttando l'insoddisfazione e la rabbia repressa di una comunità violenta e ancorata al denaro, dove il più forte mangia il più debole e dove il più forte è il più ricco, Malvo (un Billy Bob Thornton, "L'uomo che non c'era", eccezionale), predatore per definizione, arriva come un Nosferatu a Bemidji, e funge come portatore del male puro.
Lester (che curiosamente contrae "il virus" in un ospedale) si trova, da un momento all'altro, sopraffatto dal bisogno di riscatto. Un riscatto violento perché la violenza è linguaggio universale nel mondo di Fargo: docce di sangue, esecuzioni delle forze dell'ordine, coltelli nella nuca, gole tagliate, crani sfondati a martellate, freddissimi lampi di gelida crudeltà, sono solo la punta dell'iceberg di una violenza che, perfino nei momenti più espliciti, resta sopra le righe per non infastidire mai lo spettatore. Questa è probabilmente la più grande differenza con il racconto di Walter White: Breaking Bad è un drammatico ed esaltante giro sulle montagne russe della morte; Fargo è placido, silenzioso e quindi tanto inquietante quanto rilassante da seguire. Una giostra dell'orrore dei più bassi istinti umani, affrontata in completo silenzio. Unico accompagnamento i discorsi di un assassino prezzolato, camaleontico, capace di assumere le sembianze del più innocuo dei vicini di casa e poi di piantarvi un coltello dietro l'orecchio. Ritratto fedele di cosa significhi essere dei bravi cittadini (ed esseri umani), oggi.
Da recuperare assolutamente.

3 commenti:

  1. Devo fare una confessione...
    Io odio Breaking bad, devo ancora vedere la 5 serie da mesi, ma non riesco a cominciarla perchè ho paura che mi annoi a morte come ha fatto la 4...
    In una parola Pretenzioso.....

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  2. Fargo è sicuramente più alla mano perché i tempi sono meno dilatati. Breaking Bad ha dalla sua una scrittura dei personaggi e delle situazioni splendida, per i miei gusti paga solo qualche lungaggine nella fase centrale, probabilmente -come al solito- sarebbe dovuto essere più breve. È pretenzioso? Non so, ma nel caso può permetterselo.

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  3. Sì effettivamente sulla scrittura dei personaggi ti do ragione, ma resta la sensazione di estremo allungamento del "brodo", che proprio non riesco a digerire...
    Per quanto riguarda il discorso sulla pretenziosità, è molto tecnico, proprio dal punto di vista registico.
    In certe parti è come se il regista sapesse di essere bravo e volesse autocompiacersi di questo.
    In altre parole mi risulta certe volte "freddo", come quei musicisti estremamente bravi nella tecnica, ma che spesso sono carenti dal punto di vista delle emozioni e del sentimento...
    Comunque è una mia sensazione, il successo enorme che ha avuto la serie gli da ragione :)

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