martedì 8 marzo 2011

La Strada. Di Cormac McCarthy. Un libro. Tutto così.


Battute idiote sullo stile di scrittura estremamente asciutto del signor McCarthy a parte, il libro mi è piaciuto da morire. Devo ammettere che è stato uno dei pochi casi in cui la lettura del libro è avvenuta postuma rispetto alla visione del film (2009, di John Hillcoat, con un Viggo Mortensen magro come un anoressico a dieta), che è una roba che spesso evito di fare perché -specialmente nel caso in cui il film sia particolarmente fedele all'opera, e questo è proprio quel caso- mi annoio a sapere già come andrà a finire.
Però stavolta c'è stato qualcosa, nascosto tra quelle frasi aride e completamente prive di avverbi di modo, che nel film è in larga parte assente. Una specie di insegnamento che mi ha fatto mandare giù l'happy ending più volentieri che nella pellicola. […]




Fare la spesa al giorno d'oggi è diventato un casino.

Per quei quattro che non lo sapessero, “La Strada” racconta di questo padre con figlioletto a carico di cui non si sa assolutamente nulla -né nome, né cognome, né cosa facessero prima del viaggio- se non che camminano verso un generico Sud.
Quindi sempre quei soliti quattro penseranno: “Ah, figo, è tipo 'Benvenuti al Sud!”. No. Prima di tutto perché è bello. Poi perché non c'è un cazzo da ridere: il mondo in cui si muove il nostro micro-residuo famigliare è un mondo distrutto da un cataclisma che l'ha reso un posto davvero, davvero, spietato. Tipo che le persone si mangiano le altre persone per tirare avanti.
La terra è un posto cinereo, arido, completamente privo di vita animale. Quei pochi sfigati che sono sopravvissuti cercano di barcamenarsi tirando avanti, mangiando tutto ciò che di commestibile riescono a trovare. O a produrre (particolare che inevitabilmente porterà a un paio di scene sul disgustoso andante).

Senza arrivare a mangiarsi pezzi di cavallette come nel film, però.
Mi dispiace Viggo, non prenderla male.

Lo stile, come si diceva prima, scherzando nel titolo, è asciutto. Essenziale. Non ci vengono fornite mai informazioni in più o di troppo, e anche gli stati d'animo dei personaggi sono lasciati all'immaginazione. Le pagine sono composte perlopiù da frasi secche. Tagliate con l'accetta. Essendo il mio primo McCarthy (tra l'altro ho delle deficienze nel riuscire a imparare il nome di questo autore: escono fuori dei Frankenstein linguistici del tipo "McCormac") non so se è sua abitudine utilizzare uno stile così privo di fronzoli ma credo che sia un effetto voluto per enfatizzare la freddezza dell'ambientazione.
Tornando a quel “qualcosa” di nascosto tra i brevi paragrafi del romanzo (a proposito: non ci sono capitoli, tutto è diviso in paragrafi mai troppo lunghi: da poche righe a -al massimo- un paio di pagine) c'è un parallelo piuttosto ovvio tra la "Strada” intesa come...emm, strada, e la stessa immagine vista però sotto il concetto del cammino della vita.
Tutto il percorso che viene fatto da padre e figlio sta un po' a rappresentare la crescita del figlioletto, il suo cammino verso l'età adulta, verso l'indipendenza; verso il riuscire a trovare coraggio per affrontare la Strada che lo separa dal Sud -ipotetico luogo caldo dove i due non sarebbero costretti a congelarsi le chiappe ogni notte- senza paura. 
E insomma, non è un collegamento che ho tracciato immediatamente e me ne sono reso conto -un po' in imbarazzo per non averlo notato prima- solo verso la parte finale. L'uomo, attraverso la -spesso totale- abnegazione di sé, insegna al figlio a essere "buono" e a portare il fuoco (che è una metafora della speranza, della giustizia di tutti i sentimenti buoni che in generale possano essere rimasti al mondo) in un mondo in cui sopravvivere significa perdere la propria umanità, diventare spietati. E non è forse un perfetto esempio della perdita d'innocenza che avviene durante il passaggio all'età adulta? E c'era bisogno di leggere 198 pagine prima che me ne accorgessi come un cretino? Sembra di sì.

Era tutto più facile da ramingo, vero?

Insomma, "La strada" è un gran bel libro. Mai noioso, mai inutilmente verboso (per via anche delle dimensioni limitate: 200 pagine circa) e abissalmente profondo nei significati. Apprezzabilissimo il fatto che pur essendo il mondo rappresentato come una sorta di puttanaio, non si scada mai nell'ambientalismo estremo e squallido tipico del filone post-apocalittico con la natura che viene svaccata e che "in fondo ce lo siamo meritati"... sigh...

Livello di consigliamento: “Cinque stellette su cinque” directly from Anobii (ah, questa è la mia pagina, segnalation nao )

Se amate il genere post-apocalittico, aggiungete un punto esclamativo.
Se siete uno dei buoni e portate il fuoco, aggiungete due punti esclamativi.

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