giovedì 28 giugno 2012

Il fight club del libro - Questa non è l'uscita


Eh sì, porca eva, sto leggendo come un mulo infognato. Sono così assorbito dalla lettura che praticamente non sto facendo più nient'altro e difatti i risultati si riflettono su un Panino che ogni tanto, pigramente, si aggiorna. Cioè, in realtà, sto facendo vita monacale per scrivere qualcosa di nuovo, e mi sto rincoglionendo di caldo e di film horror. Fulci è diventato il mio migliore amico. Però sì, la maggior parte del tempo la passo a leggere e sudare. Non in ordine d'intensità. E visto che questa è l'unica rubrica un attimo attiva (oh, a proposito, se oggi non c'avete proprio niente da fare, ho scritto per TIS una nuova puntata della rubrica Vginfluences, dedicata a Lovecraft!), poco importa che questa puntata arrivi a breve distanza dalla precedente. [...]

Lunar Park
Bret Easton Ellis

Lunar Park inizia come una biografia. Ellis parla un po' della sua vita sregolata, di quanto inaspettatamente sia arrivato il successo con Meno di Zero e di come il pubblico reagì poi a Pat Bateman e American Psyhco. Lo fa gigioneggiando alla grandissima, fin quasi sulla soglia della sopportabilità. Che si apprezzi (il mio caso) o meno lo scrittore americano, una cosa è sicura: se la tira da morire.
Ben presto la biografia comincia a raccontare del suo matrimonio (fittizio, in realtà a questo punto è già cominciato il romanzo, solo che il lettore non informato sulla vera vita di Ellis non lo sa), del rapporto difficile con suo figlio Robby, e dei problemi dell'altra figlia la piccola Sarah. In realtà la vita di questi ragazzini è inquietante quasi quanto quella descritta da Ellis nel suo romanzo d'esordio: psicanalisti, psicofarmaci, sedute di terapia, crisi nevrotiche. Tutte realtà che sembrano trasferite loro dall'esistenza vuota che portano avanti i loro genitori.
Fermi però. Perché il romanzo ci mette un centinaio di pagine e poi vira, completamente, tinta. Con uno strattone improvviso e qualche apparizione che ha dell'incredibile, Ellis lo trasforma in un vero e proprio horror. Così, a sorpresa. A tradimento come un calcio in culo. Lunar Park diventa la storia del rapporto difficoltoso tra padre e figlio (tra Ellis e suo padre, tra Ellis e suo figlio), rimasto irrisolto e causa di incredibili avvenimenti soprannaturali. Il libro diventa una specie di gioco di scatole cinesi nel quale generi, avvenimenti, persone, rapporti, cominciano a susseguirsi veloci, furiosi, a mescolarsi in una trama che è semplicemente sorprendente.
Mi ha fatto venir voglia di leggere American Psycho.

Assurdo, a tratti geniale a volte troppo ambizioso. 


Il Processo
Franz Kakfa

Il Processo è un romanzo breve ma leggendolo ti senti in gabbia. Cerchi di scappare, di trovare una via di fuga rivolgendoti a questo o quell'amico, o conoscente, o zio. Cerchi una via di fuga perché quel processo all'inizio l'hai snobbato, anzi ti sei preso gioco di quello che significava e di chi lo rappresentava e poi, eccoti, intrappolato. Il Processo è un viaggio allucinante, dapprima quasi leggero e sbruffone, poi sempre più angosciante, nelle spire stritolanti di una burocrazia che non dà scampo.
È la storia di Josef K., procuratore bancario, che un giorno si trova accusato di qualcosa, imputato in un processo per motivi misteriosi. Josef, pensando a un errore, si trova ad affrontare la situazione con pragmatismo e con la forza della ragione cerca di far cadere l'accusa. Di lì inizia un incubo alla ricerca di disperati appigli, conoscenti e amici che dovrebbero metterlo in condizione di risolvere la questione, o almeno affrontare il processo del titolo. Il tutto diventa quasi onirico, Josef assume un'importanza sempre più marginale all'interno del machiavellico mondo burocratico del Tribunale, dell'avvocato e di tutte quelle persone che si sono offerte di aiutarlo ma che, ai suoi occhi (e quindi a quelli di noi lettori) sembrano non fare nulla per porlo in salvo. Un incubo in cui la personalità di Josef si annulla, così come il suo potere e la sua voce all'interno della questione. Un finale bello e assurdo, come tutto il resto della vicenda.
Toglie il fiato.

 "Come un cane!" disse e gli parve che la vergogna gli dovesse sopravvivere.


American Psycho
Bret Easton Ellis

Capita, ogni tanto, di trovare un'opera che sembra parlarti intimamente. Che sembra stare lì a suggerirti che quello che sta dicendo, proprio quello, è rivolto a te. Perché in parte ti ci rispecchi. Tu, la tua cultura, i tuoi modi di vedere la vita, quei piccoli (e grossi) difetti che hai. American Psycho è stato uno di quei libri capaci di colpirmi così in profondità.
Patrick Bateman è uno yuppie, un giovane, bellissimo e ricchissimo che lavora a Wall Street. Vive la sua vita tra club, locali, modelle, etichette da seguire a tutti i costi, regole comportamentali e di vestiario talmente rigide da sembrare comandamenti religiosi. È ossessionato dai propri vestiti, dalla forma fisica, dal modo in cui porta i capelli e da quello che gli altri pensano di lui. Il grande problema è che l'ambiente in cui vive è formato da tanti Patrick Bateman: tutti identici, tutti vestiti allo stesso modo, con le stesse etichette, le stesse marche, gli stessi capelli, gli stessi denti bianchissimi, addominali scolpiti, pettorali sostenuti, gli stessi argomenti e lo stesso amore per la cocaina. Il suo ambiente è la rappresentazione stessa della spersonalizzazione di cui è vittima. Lui che non perde una puntata del suo talk show preferito, lui che darebbe l'anima (ammesso che ancora ce l'abbia) per prenotare al Dorsia il locale più in del momento, lui che ha una passione smodata per i film porno e gli horror a luci rosse. Lui che prova un immenso piacere nell'uccidere e torturare persone, sopratutto donne e barboni, o magari qualcuno dei suoi sfortunati colleghi di lavoro. E la fa sempre franca. Lui che è così speciale, come può essere solo uno in mezzo a tanti?
American Psycho è un'efficace metafora di come Ellis vede gli anni 80: splendidi e bellissimi ma maledetti da un vuoto interiore che fa spavento. Lo stesso Ellis dichiara di aver tratteggiato il personaggio, il mostruoso (perché vuoto, perché triste, perché solo e non perché pluriomicida) Patrick Bateman sull'immagine di suo padre. La forma perfetta a cui si contrappone la perfetta forma della violenza. L'etichetta che si strappa per gli eccessi di crudeltà. Il lupo che viene fuori dal gregge, tanto per scoprire che in realtà, forse, è una pecora come tutte le altre. American Psycho è un lucidissimo e crudele atto d'odio per un mondo nel quale la forma è più importante della sostanza, nel quale la moda detta le regole, nel quale si diventa tutti copie senza personalità di un modello che ci viene imposto.
American Psycho contiene anche alcuni tra i dialoghi più divertenti, realistici e tristi che abbia mai letto (è assurdo come tutti sembrano parlare con tutti ma in realtà ognuno parla per sé) e, ovviamente, le scene di violenza più crude che mi sia mai capitato di leggere (e di pensare, per la verità). Scene di violenza che hanno dato il via libera a un casino di "Patatina\o 84" (finiti chissà come su American Psycho) che si sono scandalizzati per il linguaggio sboccato e per i freddi resoconti delle torture, e non per la descrizione maniacale delle marche dei vestiti indossati (quello hanno avuto il coraggio di definirlo: "noioso"), per lo spietato bisogno del dettaglio a tutti i costi o per i discorsi freddi e vuoti portati avanti da personaggi spietatamente tutti uguali.
Chissà perché.

Un capolavoro, freddo e terribile.

1 commento:

  1. American Psycho era prevedibile fosse un capolavoro, ricordo che quando lo lessi per metà (poi all'epoca mi disinteressai, non ricordo per quale motivo) ti faceva chiaramente entrare nella mentalità dello yuppie con le varie "pippe mentali" che si facevano sul modo di vestire e sulla vita che conducevano, scritto in modo da capire che quel che si leggeva era frutto del personaggio! Le varie Patatine/o 85 forse pensavano di leggere una qualche storiella di Kinsella X°D

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