martedì 26 giugno 2012

Indie Game: The Movie - Il Buddha e 'o Zappatore


Confesso di averci messo un po' troppo ma è anche vero che noi della stampa siamo stati trattati come tanti Ethan Hunt dai distributori di Indie Game: The Movie. C'è stato consegnato un link che una sola persona avrebbe potuto aprire e che sarebbe rimasto attivo solamente nei minuti successivi. Una visione a disposizione. Poi il link si sarebbe autodistrutto. Vederlo tutti insieme, come ci eravamo promessi di fare noi di TIS è stata una vera e propria Missione Impossibile. Quindi ci siamo dovuti arrangiare. Io l'ho visto ieri, sotto forte insistenza di chi aveva avuto già modo di spararselo. [...]


Indie Game: The Movie segue da molto vicino le vicende che precedono l'uscita sul mercato di tre dei titoli indipentendi più importanti degli ultimi anni e racconta la storia dei loro creatori: Braid e l'etereo Jonathan Blow, Super Meat Boy e il simpatico duo del Team Meat (dove il simpatico è uno solo) e Fez con quello splendido maestro della simulazione che è Phil Fish. Il documentario segue tutte le fasi dei progetti, lasciando che i simpatici fresconi di cui sopra raccontino le loro influenze, le loro idee, le loro aspirazioni. Ognuno a modo suo. Così le parentesi di Blow diventano quasi buddiste, circondate da un alone di misticissima calma e meravogliosa leggiadria. Quelle del Team Meat si dividono tra le parentesi rustiche, casalinghe e amorevolmente simpatiche di McMillen e quelle da scocciacazzi lamentoso di Refenes, che magari nella vita è la persona più simpatica dell'universo ma nel film è insopportabile. Quelle di Fish assumono l'aria spettrale di una pantomima nella quale il mai dimenticato Leopoldo Mastelloni indossa delle basette d'antologia e si mette a recitare qualcosa in napoletano, l'enfasi la fa da padrone e tutto il mondo sembra rivoltarsi contro questa piccola ma carismatica rockstar dei videogiochi.


Dal punto di vista tecnico, IGTM è meraviglioso. Per quanto non ne capisca un accidente, la fotografia e l'immagine riescono addirittura a stupire in molte situazioni, proponendo scenari o inquadrature estremamente ispirate e, ovviamente, estremamente hipster. Specie quella di Jon Blow, in penombra, con la bella testa pelata su cui si riflette il sole morente. Ottime anche le musiche, la scelta degli spezzoni e la narrazione ripartita tra le tre realtà. Ottimi i dialoghi di Fish, che sembrano quasi veri e, nonostante lui spari delle linee di dialogo sopra le righe chiaramente improvvisate sul momento ("I'LL BLOODY MURDER HIM!"), il suo personaggio sembra quasi vero. Dai, che non può essere così sul serio. Il vero Phil Fish, nascosto nella stessa grotta con Bin Laden dopo aver fatto sfumare tutto il patrimonio che gli era stato concesso per realizzare Fez, si sarà fatto più di una risata. O avrà giurato di uccidere Leopoldo a sangue freddo.


Due punti fondamentali di cui vorrei parlare. Prima di tutto una sorta di "scorrettezza" di fondo, nel voler rappresentare tre realtà, tre situazioni che a conti fatti erano successi commerciali ben prima di presentarsi sul mercato e voler farle passare come situazioni al limite della disperazione. L'esempio lampante è un po' quello di Refenes (oh, lo so, sembra che mi sono accanito su di lui, ma se lo merita; d'altronde uno che si presenta dicendo: "Call of Duty e Halo sono giochi di merda... io non faccio giochi di merda", diciamo che la pizza a mano aperta sul coppino se la merita tutta), sempre sull'orlo della disperazione economica, con i genitori che a quanto pare sono stati costretti a indebitarsi per assecondare le sue passioni. Tutto molto bello, ma la cosa scricchiola quando la telecamera indugia sui tre schermi PC che il ragazzo ha in camera e sulla televisione novecentosettantotto pollici full HD, dalla quale sbircia, infuriato, il marketplace alla ricerca della segnalazione del suo gioco. La scelta, tuttavia, è chiaramente messa lì per rendere il film più catartico, apprezzabile anche da chi la scena indipendente non la conosce proprio. Da quel punto di vista funziona: mia nonna potrebbe vedere questo film e trovarlo bello. Emozionarsi per questi ragazzi che sembrano aver sacrificato tutto per amore della loro passione.


L'ultimissima cosa (poi chiudo, giuro) su cui vorrei soffermarmi, è proprio sull'amore che traspare dalla pellicola. I primi cinque minuti sono estremamente emozionanti. Questa gente è davvero spinta da una passione e da una forza che si riesce a trovare solo quando si sceglie di sacrificare tutto in nome di qualcosa, semplicemente, come dice lo stesso Refenes all'inizio del film, perché si può. Uno scrittore, dice, scrive perché può, perché deve, perché gli sembra di sprecare tutto il tempo che non spende a fare quello. E anche se la sua opera è colma di difetti, di vulnerabilità, secondo Jon Blow sono proprio quei difetti, quelle imperfezioni, a renderla autoriale. Perché se non conosci le vulnerabilità di una persona significa che non l'hai mai conosciuta davvero.
Ci si rende conto, praticamente subito, di come Indie Game: The Movie non sia un film sui videogiochi ma qualcosa di molto molto più ambizioso: un film sulla libertà d'espressione, sia questa la creazione di videogiochi, di testi, di musica, di vasi da notte. La capacità di inserire un pezzetto di sé all'interno del proprio prodotto, di trascendere la mortalità tentando di frammentare la propria anima, il proprio io. Un po' alla Voldemort, ma meno spaventoso.
C'è qualcosa di potente nel creare arte, qualcosa che ha a che fare con la creazione stessa della vita. Ed è quello che il film cerca di trasmettere, qualche volta con tono eccessivamente melodrammatico: se avete un talento, inseguitelo, perché è l'unico vero modo per rimanere vivi senza sprecare tempo.

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