venerdì 24 agosto 2012

Il fight club del libro - "Uno di noi, di quelli non speciali che bruciano senza mai riuscire ad accendersi."


Altro giro altra corsa, intanto permettetemi di ringraziarvi per la trottata in marcia verso la nuova pagina Facebook di Panino (sì, certo che è un modo come un altro per spammarla di nuovo), e poi bentornati al Fight Club del libro.
Cos'è il Fight Club del libro? Opinioni sui libri che ho letto negli ultimi giorni, però con un titolo un pochino accattivante di quelli che ci piacciono sempre, e una scala di voto un tantino inusuale. [...]

Principianti
Raymond Carver

Principianti è il mio primo Carver. Si tratta della versione originale dei racconti contenuti in "Di cosa parliamo quando parliamo d'amore", con i testi scevri dai tagli -senza pietà- dell'editor Gordon Lish che all'epoca ne tagliuzzò un buon cinquanta percento.
Carver ha uno stile particolare, molto asciutto e sentito, quasi freddo. Nelle sue storie racconta sempre di amore (spesso violento, a volte semplicemente sfortunato), di rimpianto e di alcolismo: tutti i suoi personaggi si somigliano, come riflessi allo specchio di una singola persona tormentata. I suoi racconti sono molto particolareggiati ma allo stesso tempo essenziali, fotografie che cercano di portare l'attenzione su questo o quell'altro particolare fuori posto con occhio spietato; Carver molla il lettore a origliare cos'è che si dicono i personaggi, anche e sopratutto se quello che esce dalla loro bocca è così naturale da sembrare insignificante. Esplora l'enorme significato dietro ai gesti quotidiani; il sentimento amaro che, nonostante tutto, li manda avanti.
I racconti che mi sono piaciuti di più: La vuoi vedere una cosa?; Una cosa piccola ma buonaDì alle donne che usciamo; Con tanta di quell'acqua a due passi da casa; Mio; Distanza; Principianti.



L'incanto del lotto 49
Thomas Pynchon

Io e Pynchon, se fossimo andati a scuola insieme, ci saremmo menati dalla mattina alla sera. L'incanto è il mio secondo tentativo di leggere qualcosa scritto da uno dei titani della lettura postmoderna americana dopo il fallimento -tutto mio eh, ci mancherebbe- con V. che dopo duecento pagine ho abbandonato.
Premessa: L'incanto mi è piaciuto, anche abbastanza, ma se avesse avuto la stazza e la complessità dell'unico altro libro di Pynchon che ho affrontato, probabilmente avrebbe fatto la stessa fine.
Di cosa parla L'incanto del lotto 49? (Bella domanda: scommetto che potrei chiedere di cosa racconta, di cosa racconta davvero, a dieci persone diverse e otterrei quasi altrettante risposte) L'incipit è -stranamente- semplice: Oediba Maas è una casalinga laureata in letteratura inglese e, un giorno, si ritrova esecutrice testamentaria di una fortuna. Da qui viene in contatto in diversi modi con Tristero, un sistema di comunicazione alternativo a quello di postale nazionale. Di lì tutta una serie di situazioni e personaggi che sembrano tacitamente avere a che fare con questo complotto secolare.
Partiamo dalla superficie: L'incanto è un libro che parla, nei suoi mille sottesti, anche di comunicazione. Chi controlla la comunicazione controlla il mondo, come ci dicono i personaggi coinvolti nella vicenda. Il libro stesso è al centro di questa -giustissima- teoria: Pynchon, l'autore, controlla la comunicazione all'interno del libro e quindi controlla il mondo. Tra informazioni taciute, digressioni violente, rappresentazioni teatrali che sembrano c'entrare come i cavoli a merenda e un costante -e divertito, Thomas, te possino- senso di paranoia, L'Incanto procede spedito verso la non risoluzione di un mistero (anzi, Tristero) che, semplicemente, non può essere risolto.
Scavando un po' più a fondo (ma nemmeno tanto, perché non ho né la pretesa né le capacità di farlo), L'Incanto del lotto 49 è un libro scritto con l'alito della guerra fredda sul collo. Solo qualche anno prima dell'uscita del romanzo il mondo intero era col fiato sospeso a contemplare la crisi di Cuba, aspettandosi da un momento all'altro di essere spazzato via. La paranoia che esistesse qualcosa di sotterraneo, di taciuto, di così grande da non poter essere risolto era all'ordine del giorno.
Dopo questo pippone, e senza perdere troppo tempo nell'elogiare uno stile di scrittura che ha del funambolico e sfocia nel guarda-mamma-senza-mani, ho mica perdonato Pynchon? Diciamo che se fossi compagno di classe di Thomas gli offrirei una birra. Una birra che suggerisse: ti ho perdonato ma quanto sei stronzo.



Verso Occidente l'impero dirige il suo corso
David Foster Wallace

Pensavo di aver letto quasi tutto di Wallace, poi è uscito fuori lui: bello come il sole in quella sua metacopertina che già dice tutto.
Ispirato al racconto di John Barth, "La Casa Stregata", Verso Occidente è il resoconto di un viaggio; del viaggio affrontato da una scrittrice postmoderna, un Ronald McDonald eccentrico, un giovanotto che mangia rose fritte, la mente geniale dietro le pubblicità che ci fanno comprare cose che non ci servono e altri personaggi assolutamente wallaciani. Il viaggio li porterà verso il luogo stabilito per l'incontro di tutti quelli che hanno mai prestato le loro fattezze alla pubblicità di McDonald, con lo scopo di girare lo spot definitivo (e di essere pagati ancora una volta, ovviamente).
In realtà, questa storia non è che un pretesto per parlare di metafiction e di quanto, col tempo e l'utilizzo sfrontato, questa abbia perso mordente. Dave si diverte a svilire l'idea base della metafiction e impila un universo narrativo sopra all'altro (così come aveva fatto già in La scopa del sistema), aggiungendo gradi di separazione dalla realtà che proiettano il lettore in un tunnel sempre più profondo. Verso Occidente diventa la storia di uno scrittore che scrive di uno scrittore che scrive di uno scrittore, e così via intrecciando realtà e universi, tornando, ogni tanto, in superficie per prendere una boccata d'aria. Ma Verso Occidente è anche un libro sulla solitudine, sul solipsismo (eh, Dave, quanto ci piaceva il solipsismo?), sulla tacita convinzione di ogni uomo di essere speciale e unico. Su come le menti geniali dietro le pubblicità sfruttino proprio questa convinzione dell'individuo per creare desideri. Ed è scritto con quello stile incredibile che solo Wallace sa portare su carta: quello stile estremamente divertente ma profondamente triste che ti fa innamorare già dalla seconda riga. Se lo scopo di Dave era quello di, come dice nel romanzo, scrivere qualcosa così forte da bucarci il petto (o almeno era lo scopo del personaggio costruito dal suo personaggio e, quindi, anche del personaggio stesso, e così via a risalire un fiume in piena di genialità), allora niente da dire: centro perfetto.

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