giovedì 22 novembre 2012

The Walking Dead è il mio videogioco dell'anno


Quando è uscito il primo capitolo non ci avrei scommesso sopra due euro. Ero piuttosto deluso dalla serie TV (che non aveva nemmeno il ritmo di quella di adesso, era una vera e propria fetecchia, diciamocelo), innamorato pazzo della serie a fumetti che però vive del suo autore fuoriclasse, dubbioso per la scelta dei TellTale che venivano da Jurassic Park - The Game, tutt'altro che una scommessa vinta. Ero pronto all'ennesimo stupro di una storia che adoravo per i suoi mille risvolti umani, per quella capacità di raccontare qualcosa che difficilmente leggi in una serie a fumetti. Le possibilità che uscisse fuori qualcosa di decente erano minime. Le possibilità che uscisse fuori qualcosa che rendesse giustizia al lavoro di Kirkman, praticamente zero. [...]


The Walking Dead partiva con questi pessimi presupposti. TellTale decideva, con coraggio, di raccontare una storia che fosse diversa da quella di Rick Grimes. Una scelta bizarra, che da un certo punto di vista era pure un calcio alla fortuna di aver accalappiato un brand del genere quando ancora nessuno ci credeva, e di aver fatto uscire un gioco dedicato alla serie TV del momento. Svuotarla del contenuto che la gente vedeva, settimana dopo settimana, in televisione e, per di più, proporla sotto forma di avventura grafica, anche se rimodernata per l'occasione, era un azzardo. Ora, chiunque abbia letto anche solo un numero della serie a fumetti, sa benissimo che questa tipologia di gioco è probabilmente l'unica che si sarebbe ben sposata con la filosofia dell'opera ma, fermandosi al binomio zombie-sopravvissuti, sarebbe stato lecito aspettarsi uno sparatutto. Un altro, ché tanto ce ne giochiamo pochi durante l'anno. Sarebbe stato l'ennesimo esempio di una licenza presa e gettata alle ortiche. In più la decisione (o la non decisione, visto che comunque TellTale pare prediligere questa forma) di rilasciarlo suddiviso in episodi di due, tre ore con cadenza bimestrale. Una scommessa, insomma.


Il primo episodio, A new Day, presentava i due personaggi principali: Lee, professore con un passato oscuro  e un omicidio sul groppone, e Clementine, una bambina di otto anni "intrappolata" in casa. Non si faceva mancare, sin da subito, alcuni dei tòpos narrativi dell'opera: il sospetto costante verso tutti gli altri sopravvissuti, l'abbandono graduale della moralità in favore della pura sopravvivenza, e le scelte, i bivi narrativi, che in realtà non cambiano le sorti della vicenda. Questo, che all'inizio poteva sembrare banale pigrizia da parte dei programmatori, ben presto diventa il punto centrale della vicenda. In realtà ci mette giusto un po' per carburare, ma dal secondo episodio, da quel magnifico (e per certi versi insuperato) Starved for help si viene a patti col fatto che alcune cose devono accadere. Non importa quello che si decide di fare per impedirlo: il fato, il destino dei sopravvissuti (e del mondo, potremmo dire) non dipende da un singolo uomo. La strada per l'apocalisse, in questo caso, non è lastricata da scelte sbagliate e insignificanti da un punto di vista macroscopico (chi se ne frega se avete impedito o meno alla tizia X di piantarsi una pallottola in testa? Chi se ne frega se siete stati gentili con gli altri o se vi siete comportati come dei dittatori?); alcune cose accadranno, altre dipenderanno dalla indole del giocatore, ma la storia troverà sempre il modo di rimanere sui binari.


Long road ahead, il terzo capitolo, racchiude esattamente questa concezione della storia. Le scelte sono sempre più crude ma, allo stesso tempo, risultano sempre più sabotate dal gioco stesso. Nel terzo episodio il modo in cui la storia si ritorce su se stessa, il modo nel quale prende il sopravvento in un paio d'occasioni annullando di fatto molte delle scelte perpetrate dal giocatore perfino nei capitoli precedenti è stupefacente. La sensazione di dirigersi, a grande velocità, verso un finale già scritto è tanta. E, sapete che? Non è spiacevole. Desolante, atterrente, triste a suo modo, ma come lo è ogni storia di zombie che si rispetti. In fondo si tratta di sopravvivere finché non si muore; lo zombie non è altro che una grande metafora della vita e della morte. Ci si sfugge, finché si può, ma prima o poi arriva il momento di arrendersi.
La vicenda diventa sempre più angosciante in Around every corner, il penultimo episodio. Un capitolo di passaggio (ma che è maestro a costruire una certa tensione presente lungo tutta la sua durata, come una spada di Damocle che penzola sulla testa del giocatore), che si collega all'ultimo atto della storia con uno dei colpi di scena più belli e inaspettati della storia dei videogiochi.


Arriviamo all'ultimo capitolo: No time left. Anticipare anche solo un piccolo dettaglio di questo che, a mio parere, è il miglior episodio di The Walking Dead (e forse una delle cose più emozionanti che abbia mai giocato in vita mia) sarebbe una cattiveria. Mi limito a dire che è praticamente perfetto. Che vive di una tensione tutta sua e ha un climax meraviglioso. Una scelta nel finale senza sbavature, laddove si sarebbe potuto peccare in mille modi diversi, magnifica.
In No time left si arriva a replicare quasi alla lettera situazioni presenti nel fumetto e si entra talmente tanto in sintonia con il personaggio di Lee da immedesimarsi perfettamente nella sua vicenda. L'insieme, la scelta delle inquadrature, la levatura della storia, le musiche e il perfetto finale che s'è scelto come conclusione dell'opera, mi ha portato sull'orlo della commozione e mi ci ha lasciato, indeciso se dargli sfogo o meno (prima di ritrovare il contegno, e dopo essermi guardato attorno per verificare che nessuno stesse a guardare il piangina davanti a un gioco di zombie).


Che siate fan o meno dell'opera di partenza, The Walking Dead è un gioco che tutti dovrebbero giocare. Tutti. Perché è uno di quegli esperimenti, una di quelle scommesse vinte, che spingono il videogioco un po più in là. Ha dei problemi di natura tecnica, che sono mascherati alla meno peggio dal motore grafico (ma risulta comunque "ridicolo" nel non riuscire a simulare nemmeno una volta una folla di non morti nonostante i personaggi urlino più e più volte di essere accerchiati), ma il fatto che una produzione media come questa affidata a Telltale abbia ricevuto così tanti consensi è un fatto che scalda il cuore. D'altronde quanti sono i giochi che vi lasciano a bocca aperta davanti allo schermo?
In attesa di una seconda stagione, già confermata nonostante questa si chiuda in modo perfetto, non posso far altro che palesare il mio pensiero: The Walking Dead è, oltre che la sorpresa di quest'anno, anche il gioco che mi ha appassionato di più. Chiunque se lo lasci sfuggire, è già uno zombie e non lo sa.

2 commenti:

  1. Proverò =O mi hai incuriosito

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  2. È bello davvero, anche io ero estremamente dubbioso all'inizio... tanto più che non avevo letto neppure la serie a fumetti e quindi mi sembrava l'ennesima storia di sticazzo di zombie. Mi sono dovuto ricredere giocando il primo capitolo e non ho potuto fare a meno di divorarmi pure gli altri!
    Riesce a metterti addosso la pressione, il peso delle tue scelte e allo stesso tempo la tua impotenza di fronte a certi eventi. Il gioco non ruota solo attorno a te, gli altri personaggi fanno scelte e reagiscono in modi a volte imprevedibili.
    E dai così che oggi mi sparo l'ultimo capitolo!

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