lunedì 7 gennaio 2013

The Master - Paul Thomas Anderson


Ho conosciuto Anderson con Magnolia e poi l'ho adorato alla follia con Il Petroliere. The Master è il suo sesto film; il fatto che sia stato distribuito a membro di segugio qua in Italia (che un film del genere me lo metti in una sola sala del tuo fottuto cinema a venti sale mi indigna abbastanza) e che sia stato accolto tiepidamente da una certa critica nostrana che l'ha definito un vuoto esercizio di stile, non poteva significare altro che mi sarei trovato davanti un grande film.
Ovviamente, come al solito, questi segnali sintomo di qualità quasi certa si sono rivelati di nuovo profetici! [...]


The Master è la storia di Freddie Quell, reduce di ritorno dalla seconda guerra mondiale dove ha prestato servizio come marinaio contro le forze giapponesi, che tenta di inserirsi nella società. Trova qualche impiego (il fotografo prima, il lavorante nei campi poi) che però non riesce a mantenere per via della sua natura tormentata. Freddie ha un passato difficile (una madre in manicomio, un rapporto incestuoso con la zia) e abusa di sostanze alcoliche che prepara artigianalmente; è un essere umano mosso da puro istinto, tormentato da una serie di problemi fisici e mentali che gli impediscono di trovare l'accettazione tanto da parte degli altri quanto da se stesso.
Quando incontra Lancaster Dodd, il suo opposto, santone di una specie di culto chiamato La Causa, Freddie sembra trovare finalmente qualcuno in grado di apprezzarlo. Inizia a lavorare per il culto e a sottoporsi ai strani riti ipnotici che Dodd utilizza per cercare di stemperare la natura senza freni del ragazzo.


The Master è un film meraviglioso e funziona in ogni senso.
Una storia di libertà personale a proposito di quanto si sia disposti a soffocare la propria essenza in nome dell'accettazione di se stessi attraverso quella degli altri. Lo spirito di Freddie che viene messo in gabbia (anche letteralmente durante lo svolgimento del film in una scena mostruosamente bella) è il tentativo di Dodd di ammaestrare una forza della natura praticamente inafferrabile; di metterle un guinzaglio come maestro.
Nella seconda parte del film Dodd si scinde in due figure ben distinte ed è facile capire che l'uomo è prigioniero del personaggio. È impossibilitato perfino a cambiare la scelta di parole all'interno del libro che scrive pur di rimanere fedele alla maschera che ha creato. Inoltre viene costantemente tenuto a freno da sua moglie, una splendida Amy Adams, che sembra essere lei stessa il maestro del maestro. In questo aspetto il film si palesa fin dall'inizio: ogni uomo ha un maestro sulla testa, ed è proprio il fatto che Freddie non ne abbia uno che lo rende così diverso, così solo e inaccettabile agli occhi degli altri.
Il personaggio di Hoffman, quindi, appare tanto ambiguo quanto quello del reduce, condivide con lo stesso una sorta di solitudine struggente ma appare meno puro, più costruito.
Grande caratteristica del film è che riesce a essere genuinamente emozionante, grazie proprio a una costruzione perfetta, senza scadere mai nel retorico o nel melenso. Affronta piuttosto ogni aspetto in modo esatto, lasciando intendere ma senza prendere per mano e spiegare ogni scena che si sussegue sullo schermo. Principalmente perché è un film fortemente basato sulla personalità dei due protagonisti e Anderson è abbastanza intelligente da capire che non si possono spiegare per filo e per segno le persone a rischio di banalizzare ogni cosa.


Dal punto di vista tecnico il film è un gioiello. Il virtuosismo di Anderson è fuori scala, la fotografia è splendida (e qui paga la scelta di girare il film con pellicola a 65 mm) e raggiunge le vette già viste ne Il Petroliere, e la scelta dei pezzi musicali (realizzati ancora una volta da Jonny Greenwood) è splendida e mai fuori posto.
A questa magnificenza tecnica si aggiungono due interpretazioni perfette: misurata e insieme struggente quella di Hoffman e mostruosa quella di Phoenix. Il personaggio di Freddie Quell, nevrotico, tormentato, scatenato, vive grazie alla bravura immensa di Joaquin Phoenix che sembra davvero una forza della natura, un cane rabbioso, un'entità che lotta tra la voglia di essere imbrigliata e l'incapacità di piegare la testa.
The Master è un film che vi consiglio. Se avete già visto qualche lavoro del regista di Boogie Night, sapete cosa aspettarvi: un film intelligente, che sa quali corde toccare e sa come parlare al pubblico che è in grado di ascoltarlo.
Per me a un passo dal capolavoro.

3 commenti:

  1. Caro lei, non mi trova d'accordo.Ho trovato THE MASTER un film involuto e poco convinto, con interessanti prove d'attore e nient'altro.
    Insomma, mi ridii i soldi del biglietto!! ;)

    P.S.:ma la frase del Tag su Mai Stati Uniti a cosa si riferisce?

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    Risposte
    1. Io lo trovo un film davvero ben fatto. Mi è rimasto dentro e ci ho pensato e ripensato per giorni, è cresciuto, insomma.

      PS: un giuoco a proposito della critica che qua da noi ha premiato più il nuovo film di Salemme piuttosto che questo film di Anderson.

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  2. In effetti ho amato la prova di Phoenix, però il resto del film latitava.Sarà anche colpa del doppiaggio,presumo: quando Lancaster Dodd sbrocca a quello che lo critica sull'inconsistenza della sua "Setta", non ho potuto fare a meno di pensare a questo:
    http://www.youtube.com/watch?v=DSrWiPh8Rl8

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