venerdì 1 febbraio 2013

Lincoln - Steven Spielberg


Scrivere questo articolo ha richiesto più o meno lo stesso tempo che far passare il benedetto tredicesimo emendamento. Ormai è quasi una settimana che io e Lincoln ci siamo salutati; lui andava al teatro e non s'è più fatto risentire. Fa così; è un tipo freddo, lui.
Stupidate a parte, scrivere questo articolo non è stato per niente facile perché Lincoln è un film che mi ha lasciato poco e niente e quindi trovare le parole per scrivere a proposito del film è stato più faticoso del previsto. [...]


La guerra di secessione americana volge al termine e il presidente Abramo Lincoln deve venire a patti con l'idea che, se il conflitto finisse davvero, non riuscirebbe a far promulgare il tredicesimo emendamento, l'abolizione della schiavitù negli Stati Uniti d'America, in nome della pace, sopratutto per colpa del ritorno ai seggi dei sudisti.
Lincoln racconta la storia dei quattro mesi durante i quali il presidente riuscì, sfruttando il suo potere (e non disdegnando metodi illegali o amorali come la corruzione), a guadagnare i voti che gli erano necessari in parlamento. 
Sempre presenti sullo schermo, il partito repubblicano e quello democratico americani -quasi agli antipodi rispetto alla concezione che ne abbiamo oggi, con i primi ben più progressisti dei secondi- costruiscono, scena per scena, un film improntato sui dialoghi, sugli attori, sulla retorica, intesa come abilità di saper ammaliare con le parole giuste. Più che un film politico, Lincoln è un film sulla politica: è volutamente prolisso, verboso, nella prima parte non fa che parlarsi addosso. Il tutto è portato avanti con un montaggio quasi soffocante, che non lascia spazio a nessun esterno e finisce quasi per cancellare la presenza del protagonista stesso.
Il personaggio di Lincoln è tratteggiato come un uomo fuori dal tempo: vive di gesti, di silenzi interrotti da lunghi aneddoti. Il suo rapporto con gli altri è duplice: amato dal popolo ma costretto a una continua lotta famigliare, con sua moglie, quasi impazzita a seguito della perdita di uno dei figli, e con suo figlio maggiore, che soffre di una figura paterna così ingombrante e vorrebbe arruolarsi e partire per la guerra.


Sarò sincero: Lincoln non mi ha conquistato. Se la prima parte soffre di questa verbosità torrenziale, la seconda, libera finalmente di concentrarsi maggiormente sul personaggio e sulla votazione in parlamento, si mantiene su buoni ritmi. La colpa però che personalmente mi sento di imputare al film è di essere un lavoro tanto elegante quanto freddo: il mondo della politica è glaciale, impenetrabile; il presidente Lincoln e la sua famiglia sembrano gli unici a godere di un animo umano (fatta eccezione per il personaggio di Tommy Lee Jones, accompagnato da un parrucchino nero corvino entrato già nella leggenda) ma le parentesi sulla vita del presidente sono ben poche; il film non perde mai l'attenzione sul vero protagonista: il tredicesimo emendamento, limitando le apparizioni del presidente. Un gran peccato, perché Daniel Day-Lewis è un attore fenomenale (qua in Italia brutalizzato dalla vocetta di Favino che ne fa quasi un personaggio macchiettistico) e il figlio, interpretato da Gordon Levitt, pone una questione molto interessante che però nasce e muore nel giro di pochi minuti.
Quello che rimane è un film tecnicamente indiscutibile (elegante, ben girato, con una messa in scena favolosa, e vorrei vedere con tutti li mioni di Spilbe) ma che ha fatto fatica a trascinarmi all'interno.
Uscito dalla sala non m'è rimasto niente se non un gusto amaro per la delusione e il ricordo di quella bruttissima sequenza finale con la candela ballerina, talmente melensa da farmi schizzare la glicemia alle stelle. E strisce.

2 commenti:

  1. in effetti è un film che lascia davvero poco e più passa il tempo e più appare nella sua mediocrità.
    spero faccia lo stesso effetto ai giurati dell'academy, ma sarà difficile...

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  2. non un capolavoro, ma io l'ho trovato a suo modo godibile e intenso!
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