lunedì 1 aprile 2013

Black Mirror, Seconda stagione - la TV inglese non delude mai


Qualche mese fa vi raccontavo della prima stagione di Black Mirror. In realtà è improprio definirla stagione, quanto piuttosto siamo davanti a tre corti cinematografici, ognuno auto conclusivo, che affrontano in modo intelligente le controversie della società nostrana specialmente in rapporto con le tecnologie. La prima stagione lo faceva alla grande, presentando un episodio nel quale si teorizzava il potere informativo indistruttibile e dissacrante della rete (l'indimenticabile The National Anthem), uno nel quale la distrazione dei media è diventata stile di vita (il simpatico 15 Millions Merits) e l'ultimo sull'ossessione della gelosia in rapporto a una possibilità sempre più concreta di spiare la vita privata del partner (The Entire Hystory of you, forse il più debole della tripletta). Tre gioiellini comunque, che vanno dal capolavoro al buon lavoro, ma che rimangono esempi perfetti di un prodotto televisivo intelligente, politico e realizzato ottimamente.
Dopo 'sto pippone, non te la vedi la seconda stagione? Nessuno spoiler se non la trama di ogni singolo episodio, quindi potete leggere in tranquillità.[...]


In controtendenza con la prima stagione, Be right back, il primo episodio di questo secondo appuntamento con la serie TV inglese, è il più debole. La storia è potenzialmente molto interessante: coppia innamorata, lui Facebook dipendente, lei che soffre un pochino della costante distrazione di lui. Lui esce di casa e non ne fa più ritorno. Muore in circostanze che non ci vengono chiarite. Lei viene iscritta da una amica a un programma ancora in beta: un'intelligenza artificiale in grado di scandagliare ogni traccia del defunto nella rete (post di Facebook, tweet...) e ricostruire una personalità simile. La ragazza dapprima è reticente nel parlare con l'IA, ma, quando scopre di essere incinta, cede e sviluppa con la stessa un rapporto sempre più morboso.
L'idea più interessante di questi quaranta minuti -comunque di buona qualità- è la ricostruzione della maschera sociale dell'uomo attraverso i social network. L'idea stessa spaventosa e credo piuttosto plausibile che si possa clonare una parte dell'essere umano semplicemente analizzando il suo lascito a internet. Una serie di informazioni personali e sopratutto eterne.
Peccato che poi l'episodio si spinga troppo oltre, perdendo la bussola e percorrendo strade già battute. Perfino il finale è fin troppo accomodante (rispetto ai due agghiaccianti degli episodi successivi).


White Bear inizia con questa donna senza memoria che si risveglia in una casa e che scopre che il mondo è impazzito. Un po' alla 28 giorni dopo di Danny Boyle, ma la causa scatenante, anziché un virus sfuggito dal controllo del governo, è un segnale inviato da ogni schermo del pianeta: televisione, computer e cellulari. Gli esseri umani non si sono trasformati in mostri cannibali, ma in guardoni: fungono a mo' di telecamera e riprendono col cellulare ogni particolare che possa suscitare l'interesse dei cacciatori. Questi ultimi, apparentemente immuni al segnale ipnotico e liberi dalla legge, sono proprietari di una serie di canali su internet dai quali trasmettono ogni tipo di atrocità che riescono a infliggere alle vittime che catturano.
La prima parte dell'episodio si concentra su una forte critica a una società di telespettatori addormentati e realmente ipnotizzati dallo schermo televisivo, rei di assecondare la violenza trasmessa nello stesso atto del guardare senza avere nessuna voce in capitolo. La loro sospensione morale permette alle celebrità (televisive, ma anche internettiane) di agire a un livello di legalità superiore al loro; concede anzi una sorta di amnistia eterna a chi la merita di più: a chi è celebre e quindi importante.
Da un certo punto in poi, l'episodio esplode e cambia faccia. Non sto a svelarvi la sorpresa perché è davvero bella, ma di colpo ci si trova davanti a una enorme allegoria sul processo mediatico che viene inflitto oggi ai colpevoli (o presunti tali) di omicidio. Di nuovo viene accentuata la poetica della colpa del pubblico del guardare e assimilare violenza -quella vera- senza aver nessuna possibilità di intervenire, e anzi trasformandosi da giuria (fallace perché facilmente manovrabile) ad aguzzini, a torturatori e quindi boia. Finale agghiacciante, anche e sopratutto perché la speranza viene annientata e non c'è alcuna fazione presso cui schierarsi.


Il terzo episodio, The Waldo Moment, è probabilmente il più interessante. Waldo è un cartone animato, un pupazzo parlante che gestisce un suo spazio all'interno di un programma televisivo. In questo angolo intervista personalità importanti ma in modo dissacrante, senza davvero concedere lo spazio di rispondere al pubblico a casa. Alle spalle di Waldo c'è un team che ne studia gli appuntamenti, e un ragazzo, un comico dalla personalità tormentata, che presta a Waldo movenze e voce. In seguito a uno scambio di battute con uno dei candidati al parlamento, Waldo diventa così celebre che il team decide di far candidare alle elezioni anche il pupazzo, sostenitore anarchico di anti politica.
Scriveva David Foster Wallace nel suo saggio sulla televisione americana (Unibus e Pluram, contenuto in Tennis, Tv, Trigonometria e Tornado) -ormai una decina di anni fa ma che è rimasto attualissimo- di come la TV in america sia profondamente radicata nel sarcasmo. Di come questo sia ritenuto l'unico modo di rapportarsi agli altri e di come la paura maggiore sia finire proprio vittima del sarcasmo degli altri. In The Waldo Moment, Waldo è un cartone animato che fa del cinismo e della volgarità gratuita un'arma affilata. Spacciato per cartone animato da bambini, in realtà il suo pubblico di riferimento è quello educato dalla televisione secondo i dogmi del sarcasmo. Quello che, in mancanza di risposte, preferisce concedersi a un insulto gratuito. Insomma, quello che è ipnotizzato (e si torna a White Bear) da una politica dell'intrattenimento basso e violento.
Waldo è un personaggio -un comico- che diventa ideale nichilista della pura distruzione di una casta (pardon, ma in qualche punto l'episodio diventa pericolosamente simile alla nostrana situazione politica). Pur senza credere in niente, si fa portavoce di un'ideale che è piegato alla necessità pubblicitaria di un marchio nascente. E il finale dell'episodio la dice lunga sullo scenario di controllo e potere assunto dal personaggio, e ricorda l'inquietante chiusura de Il Caimano di Moretti. Un episodio imperdibile, così come i sei episodi di questa splendida Serie TV usciti fin'ora e che consiglio a tutti. Perfino a chi non sopporta le serie televisive.

2 commenti:

  1. grande serie, ma l'episodio di beppe waldo in particolare è qualcosa di fantastico. rimarrà tra le cose più memorabili di quest'annata

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    1. Concordo, pare scritto apposta pensando a noi.

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