venerdì 21 giugno 2013

Joyland - Stephen King, che cos'è successo al Re?


L'anno scorso il Re ci ha portato a fare un giro negli anni 60, quelli del rock n'roll, quelli della paura per la atomica e quelli in cui fu assassinato uno dei presidenti più amati della storia degli USA. L'anno prima toccava a una cittadina del Maine, Chester's Mill, tenuta prigioniera da una cupola impenetrabile che la isolava dal resto del mondo e la catapultava in una dittatura spietata. Due grandiosi romanzi, 22/11/'63 e The Dome, due tra i migliori esempi di narrativa degli ultimi anni. Quest anno esce invece La leggenda del vento, sterile tentativo di riesumare il capolavoro della Torre Nera, ambientando una serie di racconti nell'universo di Roland. Funziona? Appena.
E poi, a sorpresa, appena qualche mese dopo, mi arriva questo Joyland. [...]


Joyland è la storia di Devin, universitario in vacanza-lavoro a Heaven's Bay dove fa il tutto fare nel parco divertimenti di Joyland. Devin sta cercando di dimenticare la ragazza che l'ha mollato, fa amicizia con Tom e Erin ed entra nello spirito dei figli del carrozzone, come amano definirsi i lavoratori del parco. Joyland però custodisce un segreto macabro: il ritrovamento, diversi anni prima, del cadavere di una ragazza nella giostra degli orrori. Un omicidio irrisolto sul quale Devin ed Erin cercheranno di indagare. Nel frattempo il ragazzo stringe amicizia con Mike, un bambino di dieci anni affetto da distrofia di Deuchenne (ma con un potere non dissimile alla luccicanza di shininghiana memoria), ed Annie, sua madre, una ragazza tanto bella quanto fredda, piegata dal destino crudele toccato al figlio, e da un rapporto conflittuale con il padre.

Se avete dimestichezza con le storie di King, il solo leggere la trama farà suonare diversi campanelli. In Joyland ci sono tantissimi elementi kinghiani all'interno di una storia che è perfettamente ritagliata nel contesto tipico del nostro amicone Stephen. La bella rossa per cui il protagonista perde il senno, l'amico simpatico ma un po' superficiale, l'idillio amoroso rotto (eppure lo stesso sentimento d'amore che muove il protagonista per tutta la vicenda), l'omicidio irrisolto con risvolti paranormali, il bambino con il potere della purezza, la ragazza madre che si innamora del protagonista. Insomma, dentro c'è: IT, c'è Shining, c'è Mucchio d'Ossa e tantissime altre influenze prese qua e là (c'è perfino un richiamo piuttosto forte alle atmosfere del Popolo dell'Autunno di Bradbury). È una buona cosa? Sì e no, nel senso che una poetica d'autore che sia riconoscibile è un elemento imprescindibile (così come The Dome ricordava l'Ombra dello Scorpione), ma quando gli elementi sono così precisi la cosa diventa fastidiosa. Soprattutto paga lo scotto che poi è una delle critiche principali che muovo a questo nuovo lavoro: sa di già visto.
Ogni svolta narrativa di Joyland sa di già visto. Ogni momento della storia di Dev è un deja vu per il lettore di King. E, tristemente, la sorpresa finale è piattissima.

La seconda critica che gli muovo è più cattiva. In realtà è una di quelle critiche che non vorrei mai fare, specialmente a un autore che è tra i miei tre scrittori preferiti. Ho cercato di giustificarlo pensando al fatto che il romanzo è tradotto da Giovanni Arduino che non si occupa spesso delle traduzioni di King, ma c'è qualcosa che proprio non va nella costruzione del romanzo. Sembra scritto da un fan di Stephen King.
Sembra di leggere uno di quei romanzi partoriti da un ragazzo che è cresciuto a forza di leggere libri del Re e che, inevitabilmente, ne è rimasto influenzato. Che è una sensazione anche piacevole quando la incontri, ma non quando a scrivere dovrebbe essere proprio la fonte dell'ispirazione. E allora ci si ritrova con personaggi che funzionano a metà (Mike, il bambino, non parla come un bambino di dieci anni; Annie, sua madre, non ha un briciolo della forza dei personaggi alla Stephen King e anche lei si lascia andare a momenti in cui quello che le esce di bocca suona eccessivamente strano), con qualche momento fin troppo volgare (non che sia un puritano, lungi da me, ma stona proprio nel contesto) e sopratutto con un finale che è la perfetta riproposizione dei finali "svelti" alla King ma portata all'eccesso. La rivelazione è piatta, lo spiegone conseguente poco credibile e la risoluzione del tutto vicina a un meccanismo di Deus ex machina quasi fastidioso.
Joyland, alla fine, non è un brutto romanzo. Ha i suoi momenti gradevoli, ed è scritto bene.
È, come è stato per La Leggenda del Vento, un'occasione mancata, un libretto senza troppe pretese, una storiella leggera che puzza di già visto (o letto, in questo caso).
Un colpo sparato a vuoto nel tiro a segno del luna park e il figlio del carrozzone addetto all'attrazione lo liquiderebbe con un sorriso a mezza bocca e un bifolco tra i denti.

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