venerdì 20 marzo 2015

Il fight Club del libro - Alta Fedeltà, L'Uomo Flessibile, I Simulacri


Ciao pasticciotti alla crema, consueto appuntamento col club del libro. Intanto sappiate che sono agitato come una lattina di Fanta perché, finito il libro che stavo leggendo (I Simulacri, bellissimo, ma ne parliamo dopo), passo al nuovissimo romanzo del Re, Revival. E, visti i precedenti (romanzo male, male, male, bene, rispettivamente Joyland, La leggenda del vento, Doctor Sleep e Mr.Mercedes) ormai leggere il buon vecchio Stephen è davvero un terno al lotto. Ci risentiamo appena l'ho finito, comunque, sempre qua su Panino.
Questo mese, invece, spaziando parecchio sui generi è toccato a un romanzo gggiovane come Alta Fedeltà, un saggio sul capitalismo e gli effetti sulle vite delle persone, L'Uomo Flessibile, e in ultima battuta l'ottima fantascienza di Philip Dick, con uno dei romanzi migliori che abbia letto dell'autore, I Simulacri (sto avidamente rastrellando tutto Dick dalle librerie perché Fanucci si è resa conto che tira più di un carro di buoi e sta ristampando tutto a prezzo più che doppio rispetto alle splendide edizioni stampate per i 30 anni della morte, VE POSSINO CECAVVE).


Alta Fedeltà - Nick Hornby

Rob è un trentacinquenne che viene mollato dalla ragazza, Laura, l'ennesima ragazza della sua vita. Coglie l'occasione per una riflessione - superficiale - sulle relazioni che ha intrattenuto in precedenza e su come tutti i suoi rapporti siano andati a modificare la visione anche lui ha del mondo femminile. Rob è proprietario di un negozio di dischi, non ha veri amici (se si escludono i suoi colleghi) e vive una vita in cui classifica tutto e, in special modo, le persone, a seconda dei loro gusti musicali. Ovviamente nel corso del romanzo Laura è una presenza costante, quasi un fantasma, che prima di palesarsi ancora una volta in forma fisica, rivive in tutte le esperienze di Rob.
Capiamoci: Alta Fedeltà è un romanzetto, proprio molto -etto. Ha un paio di problemi non proprio da sottovalutare: il primo è che Rob, il protagonista, è insopportabile, il secondo è che è di una leggerezza e pochezza a tratti imbarazzante.
Rob è un lamentoso, stronzissimo scassapalle che per trecento pagine si comporta come un quindicenne. Pensare che questo personaggio dovrebbe essere un uomo fatto e finito (trentacinque, mica sedici, trentacinque anni) rende la lettura a volte surreale.
Il libro è davvero leggero, e questo è un difetto solo marginalmente, perché la lettura vola in qualche giorno e sì, è vero, probabilmente non vi lascia niente, però intrattiene con una certa capacità. Non penso voglia essere una riflessione sui rapporti umani oggi (perché nel caso li banalizzerebbe in modo fin troppo leggero perfino per una lettura di questo tipo), quanto piuttosto parlare volontariamente di un personaggio che cresce, nel corso della storia e impara a capire che il mondo non gira attorno a lui. O forse no, ed è solo il mio cervello che cerca di darsi una spiegazione per non aver buttato tante ore dietro a Nick Hornby.
Che poi il romanzo non mi ha fatto così schifo come traspare in queste righe, mi rendo conto che a rileggerle sembra terribile ma, oh, scrivo di getto e queste sono le sensazioni che mi ha lasciato: non so, tipo di aver visto una puntata di Catfish o quei reality spiccioletti da due soldi che vanno tanto su MTV. Sì, intrattengono, ma forse se avessi letto un libro vero sarebbe stato meglio.

L'Uomo Flessibile - Richard Sennett

Perché un saggio sull'economia e in particolar modo sul capitalismo? Perché le premesse sono davvero interessanti e cioè studiare come il capitalismo flessibile abbia comportato dei cambiamenti anche nella vita privata delle persone che, oggi, si trovano a lavorare in una società profondamente diversa. E lo è, in effetti, interessante. Quando ne parla.
Richard Sennett non ha quel tipo di scrittura brillante e accessibile a tutti, magica direi, di Chris Anderson. Il suo saggio sul "Gratis" fu illuminante: Anderson ha la penna baciata da dio ed è perfettamente capace di spiegare meccanismi complessissimi e di farli capire a chi, come me, di economia mastica giusto le basi.
Sennet  invece diventa insopportabilmente accademico in alcuni punti e, nonostante le dimensioni davvero contenute del saggio, a volte imbocca autostrade dell'autompiacimento che sono difficili da seguire per il lettore non avvezzo all'argomento.
Ed è un peccato, perché quando non lo fa la tesi di partenza è davvero attuale (nonostante il saggio abbia già qualche anno sul groppone), e cioè come un certo modo di lavorare abbia sensibilmente modificato il modo di concepire la vita, i progetti a lungo termine l'idea stessa di attribuire all'esistenza una narrazione che sia lineare e costante nel tempo sostituendola piuttosto con un meccanismo mentale "a progetto", sfilacciato e perennemente insoddisfacente. Come una società lavorativa che trova nella competizione patologica la ragione d'essere, produca in realtà danni in tutti i settori della vita di un individuo.

I Simulacri - Philip K. Dick

Nel bene e nel male, Philip Dick è uno degli autori che più mi ha influenzato. Nonostante a volte mi sia scontrato (sempre con benevolenza, perché perfino i romanzi che mi sono piaciuti di meno di Dick alla fine mi ha lasciato qualcosa) con alcune sue opere, è impossibile affermare che non sia stato un genio e che abbia partorito, uno dopo l'altro, tutti lavori di grande levatura, fosse anche solo per l'intento politico che avevano dietro.
I Simulacri racconta di questa società matriarcale, dove Nicole, sovrana ormai da innumerevoli anni, eppure eternamente giovane e bella, viene affiancata al comando da un Der Alte, un presidente eletto dal popolo ma in realtà fantoccio nelle mani del vero potere. In questa società c'è spazio solo per grandi multinazionali che, nelle loro posizioni monopolistiche, controllano il mercato della farmaceutica, della creazione dei simulacri e dei trasporti.
In questo scenario distopico ma realistico si muovono una serie di personaggi su cui spiccano il pianista telecinetico Richard Kongrosian, figura simbolo delle psicopatologie di una società pressata dall'ipocondria e dall'inadeguatezza, e Bertold Goltz, leader di un nuovo movimento neonazista che si oppone al potere di Nicole e del Der Alte.
Dick torna a parlare della realtà, della non realtà e soprattutto dell'illusione che il potere esercita su un popolo tenuto a bada dalla ricerca dell'affermazione personale (viene organizzato una sorta di talent show allo scopo di trovare veri e propri "buffoni di corte" per Nicole) e soprattutto del prolificare del controllo sulla confusione, artificiale.
La mistificazione della realtà che Dick descrive è lucidissima, passa attraverso l'uso dei media, la manipolazione delle figure di potere che alla fine si rivelano solo pedine di una forza più grande e oscura, e sul monopolio socialmente accettato di società così grandi da controllare il mercato.
Il finale è splendida e inevitabile metafora sulla devoluzione umana e sull'autodistruzione di una razza che nello svelarsi di tutta la menzogna che tiene in piedi la nostra società si sgretola.
Inquietante e attuale, Dick racconta come nessun altro romanzo potrebbe fare, le bugie che tengono in piedi il nostro mondo. Un grande capolavoro.

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