mercoledì 22 aprile 2015

Il fight Club del libro - ... ma gli androidi sognano pecore elettriche?, Cecità, Il gran Dio Pan


Tre romanzi in questo nuovo appuntamento: il primo arcifamoso per il film a cui ha dato i natali, il secondo di uno scrittore che mi ha sempre incuriosito, il terzo vero e proprio atto d'amore e generosità da parte di un utente del blog. Ma di questo parliamo dopo.
Nel frattempo, tanto per allungare un po' il brodo di un'introduzione che altrimenti viene troppo corta e sminchia la formattazione del post, un breve sunto dell'ultimo mese: ho concluso Bloodborne e gli ho affibbiato un dieci su dieci su The Shelter, ho visto qualche film e Chappie mi è piaciuto molto, ho finito di vedere la terza stagione di House of Cards che mi è piaciuta ma i personaggi cominciano a essere troppo umani. Ah, sono andato in Francia, a Parigi, ho lasciato una consistente parte del contenuto del mio portafoglio a Disneyland e più precisamente nello store dedicato a Star Wars (potete vedere la tazza di R2-D2 che ho comprato sul mio profilo Instagram, sì, ora faccio anche foto, seguitemi!) perché dopo il secondo trailer del settimo episodio l'hype scorre potente in me. Quello di Jurassic World, invece, non mi dice niente. Sembra veramente il film di Terranova, che potrebbe essere una gran cosa, intendiamoci. [...]

Ma gli androidi sognano pecore elettriche? - Philip Dick

Sulla copertina campeggia minaccioso come un cielo nuvoloso, un avvertimento tipo: "Il libro che ha ispirato Blade Runner".
È un periodo felice della mia vita per leggere Philip Dick. Sto recuperando tutto quello che riesco a trovare dell'edizione che la Fanucci si premurò di stampare qualche anno fa, quelli con la costina verde, a sei euro e novanta. Probabilmente una delle più belle iniziative editoriali di sempre.
Ne ho recuperati tantissimi (la mia collezione è salita di botto da una decina di romanzetti a più di venti, e comincia a essere una collezione di tutto rispetto) e conto di leggerli quasi tutti in questi mesi.
Tra i recuperoni anche alcuni volumi ormai un po' ostici da trovare: L'Uomo dai denti tutti uguali, Confessioni di un artista di merda, La trilogia di Valis e, non ultimo, Ma gli androidi sognano pecore elettriche?.
Dice: come, hai letto questo e quello di Dick e non avevi ancora letto il suo romanzo più famoso? È vero, è così.
È che Blade Runner è uno dei miei film preferiti e sapete com'è la storia: leggi il romanzo magari ti rovina il film, vedi il film magari ti rovina il romanzo e tutte le menate varie.
Invece Ma gli androidi... si discosta talmente tanto dal film di Ridley Scott da essere una storia a parte. Condivide con l'avventura di Deckard su pellicola qualche aspetto: sì, Deckard è un cacciatore di androidi, sì, i Nexus 6 sono fuggiti da Marte e lui deve ritrovarli, sì, si innamora della bella replicante, ma Dick aveva inserito nel racconto tutta una serie di tematiche che Scott ha preferito non portare sullo schermo. C'è una dimensione teologica, che nel film è ignota: gli esseri umani sono devoti a un essere virtuale con cui si collegano attraverso un macchinario, modificano il proprio umore con delle macchine, seguono con religiosa convinzione i dettami dello schermo televisivo (che cerca di ritagliarsi il suo posto nella fede della gente). Deckard stesso è diverso dallo stilema dell'ispettore noir del film: è quasi un mediocre. infelice, sposato con una donna che detesta il lavoro che fa il marito, ed è vittima di una società per la quale la felicità è il possedimento di un oggetto socialmente ambito: gli animali, quelli veri però, non quelli sintetici.
Per il resto è sì, una storia su come la differenza tra l'organico e l'inorganico sia talmente flebile da essere inesistente, ma è abbastanza differente da poter essere apprezzata al meglio anche da chi il film l'ha visto mille volte e lo conosce a memoria. Un vero e proprio capolavoro.


Cecità - José Saramago

Le prime pagine di Cecità sono fenomenali, ancor di più le prime righe: un concentrato di impulsi visivi descritti con la precisione di un fotografo in questo flusso di coscienza nel quale il lettore viene scagliato senza pietà prima che la cecità che dà il nome all'opera colpisca tutti i personaggi.
La storia è semplice: questo morbo, questo virus che rende ciechi gli esseri umani sembra essere contagioso. I primi infetti vengono portati in isolamento, mentre giornalmente i casi si moltiplicano e diviene presto chiaro che tutti saranno colpiti.
L'attenzione si sposta allora nel posto in cui i ciechi vengono rinchiusi e segue le vicende legate a un gruppo in particolare, un gruppo sotto la guida di una donna, l'unica rimasta in possesso della vista, fintasi non vedente per non abbandonare il marito deportato.
Cecità, oltre a essere un romanzo scritto in modo magnifico e soffocante, è anche un bellissimo esperimento meta-narrativo che gioca con il potere dell'immaginazione nella lettura: la descrizione analitica di particolari che il lettore deve immaginare tanto quanto i personaggi, privi, come lui, della vista sul mondo che l'autore descrive.
Però, statene alla larga se odiate le storie cupe e crude. Cecità è davvero molto cupo, capisco che il contesto richiede una crudezza pura per quello che stanno vivendo i personaggi, ridotti allo stato di animali, deportati e poi costretti in condizioni igieniche al limite, ma leggendolo senti una stretta allo stomaco e un disgusto per quello che succede che ti fa stare male per ore e ore.
Nel mezzo dell'apocalisse sembra di essere finiti in una versione ancora più violenta e disgustosa dell'isolamento dei bimbi ne Il Signore delle Mosche. Sembra cercare la stessa forza visiva e allegorica de La Fattoria degli Animali, solo che qui gli animali sono tutti umani che, nonostante il dramma, ci mettono ben poco per ricreare nell'isolamento tutte le condizioni che rendono ripugnante il nostro mondo. Non c'è mai uno spiraglio di speranza, ed è difficile riuscire a uscire da quest'ombra così scura, da questo porcile che sembra un girone dell'inferno. Ciechi siamo sempre stati, sembra urlare il libro, ciechi alle sofferenze degli altri, alla condizione che non sia solo la nostra.

Il Dio Pan - Arthur Machen

Qualche settimana fa ho scritto a proposito dell'ultimo romanzo di Stephen King, Revival. Ho scritto che buona parte dell'idea che lo aveva ispirato veniva da un romanzo breve, Il Gran Dio Pan, che purtroppo è introvabile qui in Italia. E giuro, l'ho cercato in tutti i posti del mondo, perfino la versione ebook è ormai irreperibile. L'alternativa è cliccare su ebay e portarsi a casa una copia al modico prezzo si trenta o quaranta euro.
Un utente è capitato sull'articolo in questione e mi ha fatto un regalo. Mi ha mandato, di sua spontanea volontà, via mail, le scansioni del libro, che sì, certo, non sarà la soluzione più legale del mondo, ma è l'unica. Sarei stato più che felice di pagare per avere il libro, ma non è possibile.
Quindi voglio ringraziarlo, e sono sicuro che mi leggerà perché mi premurerò di inviargli personalmente questo articolo. Un abbraccio grande, è stato un gesto bellissimo.

Detto questo, ho divorato il racconto lungo in una giornata. È chiaro che lo stile di Machen è squisitamente vicino a quello di Poe, ed è meraviglioso come in lui si colgano chiaramente i germogli di quello che sarà poi l'orrore sviluppato da Lovecraft. Non solo la presenza di questa divinità, il Dio Pan, ambiguo creatore\distruttore di un'umanità dissoluta e desiderosa di andare oltre a quanto le sia consentito, ma anche lo stile del racconto, che passa di personaggio in personaggio, muovendosi nel tempo e nello spazio. A differenza di quello che svilupperà Lovecraft, però, in Il Grande dio Pan c'è una forte componente sessuale: la seduzione del male avviene attraverso questa giovane bellissima che fa impazzire gli uomini, letteralmente, coinvolgendoli nelle più atroci delle pratiche sessuali che una persona potrebbe immaginare. La follia allora non arriva, come per Lovecraft, dal troppo sapere, ma dall'istinto umano, dall'eccitazione e dalla fascinazione per il male. Inoltre il racconto scorre che è un piacere, si muove in modo sorprendentemente attuale, per nulla appesantito da una scrittura poco fluida.
Seminale per un genere che, da questa storia, su queste radici, costruirà un'intera mitologia che influenzerà per sempre quel tipo di letteratura. Un caposaldo.

13 commenti:

  1. Lo voglio anche io il grande Dio!!! Sei un sadico a consigliare un libro introvabile!

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  2. P.S. la rubrica "riassunto del mese" spigne!

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    1. Chissà, magari ci penso e la tiro su davvero! :D

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  3. Ho letto solo "Ma gli androidi sognano pecore elettriche?"
    Anni fa...

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    1. Se ti è piaciuto, tieni d'occhio il blog perché credo che sprofonderò in una profonda lettura dickiana, visto il recuperone!

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  4. Ciao Fabio, grazie a te per averne parlato.
    Ricambio l'abbraccio... :)

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  5. Invidia, tremenda invidia per Il Grande Dio Pan di Machen che sono anni che cerco in cartaceo ad un prezzo accessibile.

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