giovedì 8 dicembre 2011

Are you Ready Player One?


Player One (in origine Ready Player One, da noi epurato del "Ready" che avrebbe sicuramente disturbato le nostre sensibilità di italioti ruspanti) è il primo romanzo di Ernest Cline, lo stesso autore del film Fanboys. Se avete presente di chi stiamo parlando potete più o meno immaginare la portata nerd del romanzo, altrimenti sappiate questo: è un tipo che ha una vera DeLorean in garage. Player One è un romanzo di cui sta parlando più meno tutto l'internetto perché è uno di quegli eventi che unisce anima e core di tutta la rete, risvegliando l'orgoglio -non più sopito- di un popolo che spesso si prende a mazzate in faccia per un nonnulla. Potremmo dire che è come quando gioca la nazionale italiana, ma non lo faremo perché Player One è infinitamente più interessante. E insomma, io questo libro l'ho comprato (venti iuri, con tanto di box cartonato), l'ho iniziato e, in meno di un paio di settimane (nelle quali l'ho consigliato a quanta più gente potessi), concluso, con un po' d'amarezza. Quindi riposto sullo scaffale e votato con quattro stelline su cinque (più o meno l'equivalente di quattro faccine sulla scala della felicità) in quel mondo rosso che è Anobii. Insomma: bello ma non bellissimo. Perchè? (Niente Spoiler) [...]


Il mondo se la passa proprio male. Siamo nel duemilaquaranta e passa, e la terra ha affrontato così tante crisi che, come direbbe il buon Funari, 'gna fa. L'umanità, stanca di vivere in un mondo che è andato a rotoli, si rinchiude sempre più in Oasis, una simulazione virtuale di quello che era nato come un MMORPG e che poi si è evoluto negli anni, trasformandosi in una vera e propria seconda opportunità di vita. Qualcuno direbbe un incrocio, neanche tanto campato in aria, tra Matrix e Second Life (o perlomeno il Second Life che ci hanno sempre voluto far credere esistesse, con la gente che ci lavorava e ci guadagnava dei soldi). Oasis, infatti, è un insieme di universi, ognuno con le sue regole, le sue funzioni e le sue ispirazioni: in un dato settore è possibile essere un orco e sparare magie, in altri si controllano degli avatar umanoidi e si assiste alle lezioni di scuola, qualora la propria scuola nel mondo reale sia affiliata con Oasis (ed è un servizio che, ormai, offrono tutti), in altri ancora semplicemente si fa da turisti, visitando un edificio particolare apparso in qualche film icona. Manco a dirlo, James Halliday, il creatore di tutto questo ben di Dio virtuale, è ricco e straricco e, alla sua morte, privo di eredi, decide di organizzare una caccia al tesoro all'interno di Oasis per assegnare tutto il malloppo a uno dei suoi utenti. Lo fa lasciando, oltre a un bignami contenente tutte le sue passioni (perlopiù tutte concentrate negli anni della sua giovinezza) quattro righe in croce, che fungono da indovinello. Cinque anni dopo la sua triste dipartita, nessuno ha ancora avuto l'acume di azzeccare il riferimento nascosto nella quartina. L'unico che riesce a decifrarla, così, un po' tanto a fortuna, è il protagonista della storia: Wade Watts, un diciassettenne pesantemente infognato in Oasis.


Player One è una favola d'avventura. Per questo segue delle regole ben precise: ci sono i buoni, ci sono i cattivi, nessuno nel mezzo. La parola d'ordine, a dispetto di tutta la manfrina di cui sopra che sembra suggerire proprio il contrario, è: azione. Questo fa del romanzo un libro estremamente veloce, che si concede una parentesi da "spiegone" solamente all'inizio e che poi decolla, tenendo sempre ritmi altissimi, raccontati in capitoli veloci, senza fronzoli e, nonostante la narrazione dal punto di vista di Wade, senza elucubrazioni mentali. A dirla in due parole: il libro non è noioso. Mai. E questo è un grande merito, forse il più grande che si può attribuire a Player One. C'è quella voglia -che non sparisce mai lungo tutte le 600 e passa pagine- di sapere come continua la vicenda, di scoprire la prossima mossa di Parzival (il nome di Wade all'interno della simulazione) o dei malvagi Sixers (il gruppo malvagio, alla ricerca dell'easter egg e non i Sixers di Terra Nova, grazie a Dio), di scoprire un aspetto o una citazione presente in Oasis che non è stata ancora presentata a dovere. Perché Oasis, frutto dell'ingegno di un Game Designer patito degli anni 80, è un'alcova di citazioni a film, serie TV, giochi e videogiochi di quell'epoca. E, dopo la morte di Halliday, passati quei dieci secondi per fare il collegamento che la quartina fosse pesantemente riferita a qualcosa di quel periodo, gli anni ottanta sono tornati di moda. Solo che anziché andarsene tutti in giro con i capelli cotonati e le spalline sotto la giacca, qualsiasi Gunter (i cacciatori dell'Egg di halliday) degno di chiamarsi tale s'è fatto una chiusa su quel periodo e ne è emerso con una cultura che fermati.


E nel romanzo questi riferimenti, queste citazioni alle quali presto o tardi ci si abitua  (e quel sorrisetto compiaciuto di quando si incappa in un Pac-Man casuale o di quando viene nominato Dungeon's & Dragons, svanisce: è un po' la differenza che c'è tra il beccare una canzone che ti piace alla radio o ascoltarla mettendo un CD) abbondano. Wargames, Blade Runner, Casa Keaton, Tempest, Black Tiger, e un casino di altra roba che, chiunque sia un tantinello curioso, conosce già, almeno per sentito dire, saltano fuori dalle pagine, rassicuranti come una pacca amica sulla spalla. E Player One diventa quasi un gioco nel gioco: quello di riuscire a beccare tutte le citazioni, di correre a informarsi a proposito dei meccanismi di un videogame che si è appena rivelato fondamentale all'interno della vicenda, rivedere su Youtube gli spezzoni di un film che Halliday adorava o ascoltare il passaggio di una canzone che nasconde un indizio. Questo, quest'aspetto in particolare, funziona in modo stupendo. E bisognerebbe stringere la mano a Cline per non averci rotto più o meno mai (o comunque non abbastanza rispetto a quanto avrebbe potuto farlo con un'ambientazione del genere) le palle con qualche parentesi ecologista e\o moralista del tipo: "Sì, cazzo, ma questo è realtà virtuale, non esiste". Grazie Ernesto. Non l'avrei sopportato.


Player One è però pure un romanzo pieno di difetti. Sorvolando sulla qualità della scrittura, altalenante, con inutili spiegazioni su questo o quell'aspetto di Oasis, evitabilissime, c'è proprio qualche problema a livello culturale. Nonostante l'autore abbia messo paraculamente le mani avanti in più di un'occasione ("Eh, c'è crisi..."), la situazione culturale del mondo in cui è ambientato Player One è stagnante. Nel marasma di citazioni agli anni ottanta (ma anche ai primi anni del nuovo millennio) non esiste niente che sia postumo al 2010. Non un film, non una tecnologia (ovviamente tralasciando Oasis e tutto quello che ci gira attorno), non un modo di dire. Il mondo di Wade è un mondo fermo, culturalmente e tecnologicamente, ai giorni nostri. Sì, ok, c'è Oasis, ma c'è ancora Youtube, c'è ancora eBay, e tutto funziona nello stesso modo in cui funziona oggi. Wade (e i suoi amici) non fanno mai riferimento a nulla che sia stato creato o pensato dopo il primo decennio degli anni 2000. C'è quindi un buco culturale di trenta, fottutissimi, anni. E vabbe' la crisi, vabbe' la recessione, vabbe' i sacrifici degli italiani e le tasse da pagare, ma che cazzo: quasi mezzo secolo di nulla?


C'è poi quella storia del finale che proprio non m'è andato giù, ma evito di parlarne perché, come promesso in apertura non voglio scrivere assolutamente nessuno spoiler.
Nonostante tutto, Player One è un libro che consiglio. Una favola avvincente, come non ne leggevo da tempo. Che sbaglia quando vuole assumere toni cupi, rovinando clamorosamente nei momenti in cui vuole essere serio, sfanculando un po' quello che è il suo scopo: un gioco, un divertimento, un passatempo leggero che faccia sorridere per il citazionismo spinto che rappresenta. Un'opera che tutto sommato, a volte ricorda un'altra icona pop cartacea della cultura nerd: quello Scott Pilgrim che vi guarda dal banner in apertura del blog, ma che se ne mantiene ben distante a livello di significati e che se la cava in modo estremamente più impacciato quando c'è da descrivere i rapporti tra le persone. Player One è intriso di quella magia che vi farà pensare: "Grande Giove, devo sapere come continua!".

4 commenti:

  1. Sinceramente non mi colpisce così tanto da gettarmi nella sua lettura! Nonostante il tema è molto interessante non riesco proprio a immaginarmi un romanzo del genere che possa coinvolgermi, probabile che mi sbaglio non avendolo mai letto, però correrei il rischio di imbattermi in qualcosa che mi faccia addormentare dopo circa 3 pagine di lettura! Magari un giorno ci proverò, attendo pareri di altre persone che lo hanno finito

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  2. Non male come libro, ne parlano tutti bene. Non leggendone spero ne facciano un film, perchè l'idea non è male per niente e mi pare di aver sentito che era in cantiere qualcosa :O

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  3. @Sig: Addormentarsi è fuori questione. Come dicevo non è mai noioso, è sempre a mille.

    @Rey: Sì, Cline stesso ha già accordi per la versione cinematografica!

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  4. Il contesto sembra accattivante, ma da come hai descritto lo stile dell'autore, non credo lo prenderò. Preferisco più testi nei quali si approfondisce il lato psicologico degli avvenimenti; poi, il fatto dell'ambientazione non ben orchestrata è un grosso punto a sfavore.

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